Velo islamico, avvocato Corte Ue: ammissibile il divieto di portare il velo in azienda

Martedì 31 Maggio 2016 di Franca Giansoldati
Velo sì, velo no. Il dilemma dell’Occidente sulla libertà per le donne musulmane di indossare il burqa o il niqab, secondo i precetti dell’Islam, è stato parzialmente sciolto dalla Corte di Giustizia europea che per la prima volta ha dato ragione ad una azienda belga che aveva licenziato una dipendente che si rifiutava di togliersi il velo durante l’orario di lavoro. La donna, dopo tre anni di impiego, insisteva di poter indossare il velo; l'impresa, la G4S Secure Solutions,  per tutta risposta, l'ha licenziata, poiché nell'azienda vige il divieto di portare segni religiosi, politici e filosofici visibili.

In termini generali la questione non si pone tanto per il velo, ma per il burqa che secondo tanti Paesi pone enormi problemi alla sicurezza pubblica, visto che impedisce l’identificazione immediata della donna. Papa Francesco (come del resto i suoi predecessori) si sono schierati sempre a favore della libertà di questo segno religioso, senza fare distinzione tra il niqab o il chador. In Italia una legge specifica non è mai passata, anche se da qualche mese negli ospedali lombardi è vietato l’ingresso alle donne musulmane che indossano il burqa e il niqab, mentre possono entrarvi chi indossa il chador. Tutti insomma devono essere riconoscibili.
 
Appoggiata dal Centro belga per le pari opportunità e la lotta al razzismo, la donna licenziata ha citato la G4S per danni, perdendo sia in primo grado che in appello. La Corte di Cassazione belga ha chiesto alla Corte di Giustizia dell'Ue precisazioni sul divieto, previsto dalla legge europea, di discriminazioni fondate sulla religione o sulle convinzioni personali. 

Per l'avvocato generale Juliane Kokott della Corte di Giustizia, non costituisce una discriminazione diretta “fondata sulla religione il divieto posto ad una lavoratrice di fede musulmana di indossare un velo islamico sul luogo di lavoro, se il divieto si fonda su una regola aziendale generale che miri a vietare sul posto di lavoro segni politici, filosofici e religiosi visibili e se non poggia su stereotipi o pregiudizi nei confronti di una o più religioni determinate, oppure nei confronti di convinzioni religiose in generale”. In questo caso, infatti, non vi sarebbe un trattamento meno favorevole sulla base della religione. Le conclusioni dell'avvocato generale pur non essendo vincolanti aprono un precedente giuridico importante per una riflessione più ampia. Il tema sul velo è scivoloso e va avanti da anni. In un libro appena pubblicato, scritto da Giulia Galeotti e  intitolato “Il Velo” (edito da EDB) viene fotografato lo stato attuale di una Europa divisa anche su questo punto. Con Francia, Belgio e anche la Germania (la scelta spetta ai singoli Laender) che non ammettono alcuna copertura integrale del capo.  
  Ultimo aggiornamento: 1 Giugno, 13:18
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