Il tempo è scaduto, guerra già in corso

di Marco Gervasoni
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Mercoledì 27 Luglio 2016, 00:02

Un altro passo verso il Medio Oriente in Europa, questa volta sotto il cielo cangiante della Normandia. Se infatti nei Paesi arabi da tempo i cristiani vengono massacrati, senza grande clamore, è la prima volta che da noi sotto i colpi dei terroristi della jihad cade un sacerdote, trucidato con la tecnica introdotta dagli islamisti algerini negli anni Novanta. È soprattutto per questo che, neppure un’ora dopo gli eventi, il presidente della Repubblica Hollande si è recato nella cittadina normanna.

Ed ha idealmente abbracciato tutti i cattolici, lui che un’era fa, nel suo primo anno di mandato, aveva fortemente voluto il mariage pour tous, spingendo i fedeli nelle piazze a protestare. Soprattutto Hollande ha subito parlato di «terrorismo» e di «guerra dichiarataci dall’Isis», lui che ancora dopo Nizza era stato così reticente nell’indicare il nemico, diversamente dal primo ministro Valls. Non è tuttavia solo per il rilievo fortemente simbolico dell’obiettivo che il potere politico ha reagito in modo così rapido. Dopo le polemiche sulla scarsa presenza di poliziotti a Nizza, i fischi a Valls, l’unità nazionale infrantasi subito, persino le voci che darebbero Hollande intenzionato a non ricandidarsi, il presidente ha bisogno di mostrare la presenza dello Stato. Purtroppo per lui, e purtroppo per i francesi, è difficile che vi riesca. Anche questa mattanza dimostra che lo stato francese non sta ancora facendo di tutto per proteggere i cittadini. Uno dei due sgozzatori pare infatti fosse inserito nel fichier S, in cui sono schedati i soggetti potenzialmente pericolosi: era stato arrestato, ma poi posto agli arresti domiciliari dal giudice, nonostante i rilievi dell’antiterrorismo. Non a caso il presidente dei Républicains, Nicolas Sarkozy, ha subito chiesto al governo di applicare tutte le ricette chieste dall’opposizione. Senza tuttavia specificare quali: nel suo partito c’è chi propone una schedatura più rigida e un’applicazione meno garantista della presunzione di innocenza ma vi sono anche figure di rilievo che chiedono una «Guantanamo alla francese», cioè la creazione di campi speciali per i sospettati di terrorismo, fino al passaggio a una sorta di stato di eccezione. Certo, a breve a questo si arriverà, e anche ad azioni estreme come l’autodifesa dei cittadini, le ronde e gli assalti, se il governo non cambierà passo, considerando che nell’anno elettorale gli attentati non mancheranno. Se la parola stato d’eccezione fa paura, si parli almeno di leggi eccezionali: noi in Italia contro il terrorismo e la mafia le abbiamo introdotte e non siamo diventati una dittatura. Esse potrebbero prevedere, ad esempio, un maggior lavoro di infiltrazione negli ambienti jihadisti e qualcosa di molto simile ad una legislazione premiale per i pentiti. Non tutti gli djihadisti poi possiedono la nazionalità francese: è così scandaloso prevedere la loro espulsione e soprattutto quella degli imam? I due islamisti di ieri pare invece fossero di nazionalità francese e radicalizzatisi in zona, in alcune moschee e centri islamici di Rouen. È mai possibile che non fossero ancora stati chiusi e sradicati? Poi è palese che le soluzioni repressive non sono sufficienti, essendo necessario ripensare un intero modello culturale, prima che politico. Ma questo richiede tempo, un tempo che Hollande ma più in generale noi europei non abbiamo più. Il presidente francese si trova di fronte a un bivio, che non riguarda la sua sorte politica, ormai segnata, ma quella del suo paese: o è conseguente nel dichiarare “guerra” oppure la situazione gli sfuggirà totalmente di mano prima di lasciare l’Eliseo.

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