Strategia del terrore/ Gli antidoti necessari per battere la paura

di Giuliano da Empoli
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Sabato 21 Novembre 2015, 15:08 - Ultimo aggiornamento: 20 Novembre, 00:03

I più colpiti sono i ragazzi. Quelli che l’11 settembre non c’erano, o erano troppo piccoli per capire. È un'intera generazione ed è la più vulnerabile anche per un’altra ragione. Sono iperconnessi, i ragazzi, vivono in simbiosi con i tablet e i social network. E da quelle parti, su Facebook e compagnia, non si vede altro che questo: le immagini delle vittime della strage di Parigi. I racconti struggenti delle loro vite speciali e banali, come quelle di ciascuno di noi.

E poi gli allarmi, veri e presunti, da Londra ad Hannover, fino a Roma. Per non parlare dei video. Ieri è uscito quello delle videocamere di sorveglianza di uno dei locali presi di mira dai terroristi, con gli avventori che un momento stanno tranquillamente mangiando e quello dopo strisciano sul pavimento mentre dappertutto volano schegge. Dopo Charlie Hebdo sono rimasto incollato alla televisione per due giorni, ha scritto Michel Houellebecq. Ma stavolta non ho neppure acceso la televisione, mi sono limitato a chiamare gli amici che vivono da quelle parti per sapere se stavano bene.

Provoca, come al solito, lo scrittore francese. Però indica anche una strategia di sopravvivenza possibile. Non si tratta di infilare la testa sotto la sabbia, ma di recuperare un minimo il senso delle proporzioni. In questo, la generazione di Houellebecq e tutti quelli che hanno più di trent'anni sono avvantaggiati. Non perché siamo necessariamente più saggi.

Ma perché sappiamo che l'informazione si può anche spegnere. Siamo cresciuti leggendo i giornali e guardando i tg: per noi l'informazione era un momento della giornata, non un flusso continuo dal quale è impossibile uscire. I più giovani, al contrario, sono immersi nella comunicazione come se fosse parte dell’atmosfera. Il che li rende veloci e avanzati e mutanti e tutte le cose magnifiche e progressive che sempre ripetiamo. Ma li rende anche particolarmente indifesi in casi di questo genere.

A Parigi, in questi giorni, si nota a occhio nudo la differenza tra chi ha in casa il televisore acceso su Bfmtv - il canale all-news più seguito - e poi quando esce consulta nervosamente gli aggiornamenti su Twitter. E chi, pur tenendosi informato, sa bene che le probabilità di essere investito per strada continuano ad essere incommensurabilmente più alte di quelle di cadere vittima di un attentato. Non si tratta di infilare la testa sotto la sabbia, ma precisamente del contrario. Gli antichi spartani, valorosi guerrieri, sapevano che l'unico nemico in grado di annientare anche l’esercito più possente era la paura. Per questo avevano eretto un tempio a Fobos, dio della paura, e facevano di tutto per conciliarsene il favore prima della battaglia. Oggi, anche noi dobbiamo prima di tutto sconfiggere la paura se vogliamo essere in grado di dare una risposta adeguata alla minaccia del fanatismo islamico. Negli anni Sessanta, Marshall McLuhan suggeriva già di combattere il terrorismo silenziando gli eventi. Oggi, è evidente che una strategia del genere è inimmaginabile. I canali attraverso i quali le informazioni e le immagini possono circolare sono troppo numerosi per rendere possibile una qualsiasi forma di censura o di autocensura. I media sono inevitabilmente destinati a fare a gara a chi urla più forte.

La responsabilità di interrompere il panico, allora, passa dalla parte del pubblico. Ciascuno di noi deve decidere fino a che punto vuol essere immerso nell’isteria che si è impadronita di tutti gli schermi che affollano le nostre vite. E a partire da che momento recuperare un minimo di controllo e, soprattutto, di senso della realtà.