Cristiani nel mirino ma niente crociate

di Lucetta Scaraffia
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Mercoledì 27 Luglio 2016, 00:02

Don Jacques Hamel, ottantaquattrenne prete della chiesa di Saint Etienne du Rouvray, non pensava certo che sarebbe potuto morire martire. L’Alta Normandia, regione da più di un millennio cristianizzata, non aveva nessuna caratteristica del luogo di confine, della zona pericolosa. Era il paese tranquillo dove un sacerdote molto anziano dava ancora una mano in parrocchia, perché in una situazione in cui le vocazioni diminuiscono tutti devono rendersi utili. 

Il suo eroismo sembrava limitato al servire ancora, anche quando lo si sarebbe potuto considerare ormai un prete in pensione, ma la sorte ha voluto coronare una vita normale con il martirio. Una parola che nella Francia di oggi sembra antichissima, come la modalità della morte di don Jacques: sgozzato, proprio come gli agnelli che, a Pasqua, ricordano il sacrificio di Cristo.

La sorte del sacerdote, insieme a quella di un fedele che era accanto a lui, vuole farci credere che è in corso una guerra di religione fra musulmani e cristiani. Abbiamo fatto di tutto per sfuggire a questa definizione, che ci riporta a tempi antichi e considerati incivili dai quali vorremmo sentirci molto lontani.

In occasione dei massacri avvenuti in Francia nel corso dell’ultimo anno, infatti, abbiamo attribuito la furia dei terroristi all’odio per la libertà di pensiero (Charlie Hebdo), per l’uso occidentale di uscire la sera, divertirsi, frequentare allegramente ristoranti e teatri, donne e uomini insieme (la notte degli attentati del Bataclan) o per le feste popolari laiche nazionali (Nizza). E ci siamo mossi per difendere la nostra libertà di critica, la nostra libertà di divertirci, di uscire la sera, di vivere spensierati.

Non ci sembrava tanto una guerra contro la religione – le vittime erano in grande maggioranza non credenti – quanto contro il nostro modello di vita, modello che ci dichiaravamo disposti a difendere come in altri tempi si difendevano valori comuni come patria e religione. Presentandoci come secolarizzati, quali in effetti siamo, pensavamo di eludere il problema della guerra di religione: se mai, i terroristi facevano una guerra contro chi non aveva più religione ma difendeva altri valori, più ampi e meno impegnativi.

In Francia questo ostentato tenersi lontano da ogni identità religiosa è arrivato a livelli impensabili: Hollande, nella sua prima reazione all’assalto della chiesa, ha porto le sue condoglianze «alla comunità cattolica francese», come se fosse una minoranza colpita e non tutto un Paese a sanguinare. Non si era sognato infatti, nei casi precedenti, di rivolgersi ai giornalisti umoristici, o a coloro che la notte vanno per teatri e ristoranti. Ma con i cattolici è sembrato prendere in qualche modo le distanze, distanze poi prontamente cancellate dopo altri più sensati interventi istituzionali.

Un altro modo per allontanare lo spettro della guerra di religione è anche quello di dire che i terroristi sono instabili mentalmente, per declassare le loro azioni al livello delle gesta di pazzi. O anche mettere in evidenza che non si tratta di veri islamici: bevono, si drogano, hanno comportamenti sessuali riprovati dal Corano. Tutto, pur di non dire che ci vedono e ci uccidono in quanto cristiani, anche se poi i cristiani, fra di noi, sono rimasti veramente in pochi. Si tratta di un atteggiamento un po’ assurdo, che non porta a niente di buono. Ma questo in fondo esprime una volontà positiva: quella di non cadere nella trappola dei fanatici che vogliono scavare precipizi di odio fra musulmani e cristiani, che vogliono trasformare l’assurda guerra mossa dai terroristi in una carneficina generale. 

Certo, sarebbe meglio dire questo chiaramente, senza negare l’evidenza, ammettendo cioè che i terroristi islamici pensano di combattere contro i cristiani, ma che noi invece non accettiamo di aprire un conflitto con i musulmani. La chiarezza ci permetterebbe così di non dare spazio a tutti quelli che, con facile demagogia, sembrano essere oggi gli unici a dire le cose come stanno, e che per questo riscuotono tanto successo.

 

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