Ségolène Royal: «Al Polo Nord è una catastrofe, ma il pianeta si può ancora salvare»

Martedì 21 Novembre 2017 di Francesca Pierantozzi
PARIGI - Non sarà certo un Donald Trump qualsiasi a fiaccare Ségolène Royal. Salvare il pianeta dal riscaldamento climatico? «Lo faremo, perché non c'è scelta. Chi non vuole fare trova scuse, chi vuole fare trova soluzioni. E io sto con le soluzioni». L'ex sfidante di Nicolas Sarkozy alle presidenziali del 2007, l'ex compagna di François Hollande, l'ex presidente della COP21, ex deputata socialista, quattro volte ministra - l'ultima dal 2014 al 2017 all'Ambiente adesso ha due nuove funzioni: ambasciatrice francese ai Poli (Nord e Sud) e inviata speciale dell'Alleanza Solare. Sembrano missioni da fantascienza e un po' lo sono, visto che l'obiettivo finale è salvare il Pianeta ma Ségolène resta con i piedi saldamente per terra. E se ne infischia delle critiche, di quelli sempre pronti a ridacchiare, come quando parlava di democrazia partecipativa (allora sembrava strano, oggi è roba di tutti) di politica come desiderio (idem), di migrazioni climatiche (pure). La accusano di essere dura e autoritaria. Risponde invece con entusiasmo e una buona dose di autoironia, al ritorno da una missione diplomatica in Lapponia.

Qual è il suo nuovo lavoro?
«In Antartide, dove la Francia ha dei territori e un know how scientifico, con oltre 430 ricercatori, il mio obiettivo è fare in modo che i principi dell'accordo sul clima siano integrati al nuovo scenario dello scioglimento dei ghiacci. Nella regione dell'Artico la situazione è catastrofica, due volte più grave che nel resto del pianeta, con una tendenza a 5-7 gradi di riscaldamento e una fusione della banchisa con conseguente accelerazione dello sfruttamento delle ricchezze. Bisogna adattare le regole alla nuova situazione della regione, che è ancora considerata una distesa ghiacciata. Mi batto per il divieto di trasporto di olio combustibile e delle trivellazioni, che diventeranno possibili con il ritiro dei ghiacci».

Nonostante gli allarmi e il consenso scientifico, l'ecologia resta la pecora nera della politica?
«Sì, nel settore dell'ecologia c'è sempre il rischio di arretrare. C'è sempre qualcuno che dice che non è la priorità. È necessario ripetere, ripetere e ancora ripetere che la protezione dell'ambiente è anche una formidabile opportunità di sviluppo economico. Bisogna uscire da quella che definisco l'ecologia punitiva o restrittiva per entrare nell'ecologia positiva, e affermare con forza che è qui che si trovano i giacimenti di occupazione, salute, di alimentazione sana del futuro. Quando si spiega quanti tumori sono provocati dai pesticidi, quando si spiega che oggi una donna su dieci sviluppa un tumore, allora la gente diventa più determinata delle classi dirigenti».

Un esempio di ecologia positiva?
«Da ministro ho creato circa 560 territori a energia positiva (comuni o collettività di comuni) con un fondo speciale di 750 milioni di euro per 5 anni. È una realizzazione straordinaria, cui hanno aderito anche molti sindaci delle campagne che magari non avevano particolari sensibilità ambientali. I territori hanno presentato progetti secondo sei obiettivi che vanno dall'energia sostenibile - per esempio la realizzazione di isolazioni termiche di scuole e uffici pubblici - alla democrazia partecipativa. Fare politica non può più essere soltanto lavare i marciapiedi, ma lavarli con prodotti non chimici e senza pesticidi. Il locale deve incontrare il globale».

Lei è anche inviata speciale dell'Alliance Solaire.
«È un'iniziativa presa da Francia e India cui hanno aderito finora quaranta paesi situati vicino all'Equatore, la fascia più calda e assolata del pianeta, e anche la più povera. Oggi lanciamo i primi progetti operativi, pompe a energie solari, pannelli solari, elettromobilità solare, autonomia energetica dei villaggi lontani dalle grandi reti di distribuzione di elettricità. L'obiettivo è diminuire il prezzo dell'energia solare. Uniti nell'Alleanza Solare, questi paesi potranno far diminuire i prezzi, sorvegliare la serietà delle imprese e la manutenzione importantissima - delle installazioni».

Sembra che le capitino o che si vada a cercare - sempre missioni quasi impossibili.
«Diciamo che è una politica che richiede molta determinazione e ostinazione. Bisogna credere in quello che si fa, per me è vitale ed è una cosa abbastanza rara in politica».

Si sente una pioniera?
«Sì. Nel 2007 tanti mi ridevano dietro. Quando parlavo dell'Africa, della necessità di legare i problemi delle migrazioni con i problemi energetici, mi prendevano in giro. Dieci anni dopo cominciano a dirsi che magari avevo ragione io. Anche l'idea di democrazia partecipativa faceva ridere, oggi ne parlano tutti. La gente questo lo sente. Sono sempre accolta con molto affetto sul campo. Sono stata in una ventina di paesi in Africa ho aiutato villaggi a realizzare dei progetti. In Francia, ho fatto votare la legge sulla transizione ecologica e sono riuscita in nove mesi a far ratificare gli accordi di Parigi. Anche allora, tutti mi dicevano che era impossibile».

Lei ha appena partecipato alla COP23 a Bonn. Gli accordi di Parigi senza Trump sopravvivono?
«Ci sono sempre quelli pronti a dire: ecco, è finita. Io dico invece che si andrà avanti, perché non abbiamo scelta. Il vero pericolo è che il processo si burocratizzi troppo. La COP24 si svolgerà in Polonia, un paese produttore di carbone: bisogna fare più attenzione nella scelta dei Paesi in cui si organizzano le riunioni. L'importante è che il percorso continui a essere sostenuto politicamente, non si deve lasciare tutto il potere ai negoziati tecnici. È molto positivo che il presidente Macron abbia deciso di riunire il 12 dicembre a Parigi un nuovo vertice sul clima».

Il suo successore al ministero dell'Ambiente, Nicolas Hulot, ha però annunciato che non sarà possibile rispettare l'impegno di passare dal 75 al 50 per cento di energia prodotta del nucleare in Francia entro il 2025. Non è realistico, ha detto. Che ne pensa?
«Penso che abbia parlato troppo presto e senza consultare nessuno. Tra l'altro mette in difficoltà chi ha deciso di investire nelle energie rinnovabili proprio nel momento in cui le cifre del settore sono positive, con il 16 per cento della nostra energia l'equivalente di sei reattori nucleari - prodotta con le rinnovabili. Ci vuole un dibattito democratico. La legge che prevede di passare al 50 per cento entro il 2025 è una legge che ho fatto votare e che è stata discussa in parlamento. Non bisogna destabilizzare tutto».

E lei di energia ne ha ancora?
«Certo. Ho imparato anche a prendere le cose come vengono. E credo di avere in fondo sempre fatto quello che dovevo fare».
  Ultimo aggiornamento: 22 Novembre, 10:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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