Russia, ancora 4 milioni i soldati scomparsi nella seconda guerra mondiale

Russia, ancora 4 milioni i soldati scomparsi nella seconda guerra mondiale
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Martedì 14 Gennaio 2014, 18:39 - Ultimo aggiornamento: 16 Gennaio, 13:00

Un elmetto, un’arma, stivali, bombe a mano, un paniere, una saponetta di tritolo. A volte affioranti, a volte ricoperti da un sottile strato di fanghiglia, di terra o foglie secche.

E lì accanto ossa, le ossa dei soldati sovietici che impedirono alle truppe di Hitler di sfondare il fronte orientale, obiettivo dell’Operazione Barbarossa lanciata il 22 giugno 1941. Dei 70 milioni di vittime che fece la Seconda Guerra mondiale, 26 milioni persero la vita sul fronte orientale e quattro milioni continuano a essere considerati dispersi. E da 30 anni c’è chi li cerca ancora; sono i volontari, chiamati i “cacciatori bianchi” (quelli “neri” se ne fregano dei corpi e vanno a caccia solo di armi, medaglie o denti d’oro) di circa 600 associazioni che nel tempo libero se ne vanno in giro per i boschi con la speranza di trovare i resti dei soldati, strapparli all’oblio, possibilmente identificarli e sicuramente offrirgli una degna sepoltura. Finora sono riusciti a trovare 500mila corpi. E non si arrendono.

Marina Koutchinskaya, una delle “cacciatrici” intervistata dalla Bbc racconta: «Ogni primavera, autunno ed estate mi scuote questa brama interiore di andare e cercare gli scomparsi. E’ il cuore che mi comanda». Sono 12 anni che Marina trascorre la maggior parte delle sue vacanze in cerca di soldati scomparsi da 70 anni.

A scuotere la massa di volontari è stato però un ex ufficiale dell’esercito, Ilya Prokoviev che 30 anni fa si imbatté nel primo soldato “dimenticato” durante una passeggiata. Sempre alla Bbc ha raccontato: «Stavo attraversando una zona paludosa quando notai uno stivale sporgere dal fango. Lì vicino trovai poi un elmetto sovietico, scavai con le mani pochi centimetri e trovai il mio primo soldato».

Le motivazioni di una così enorme quantità di soldati uccisi ed etichettati quali «scomparsi» sono due. La prima, più umana, è che, a guerra finita, l’Unione Sovietica diede la priorità alla ricostruzione di un Paese dilaniato. La seconda puramente politica, fu la decisione del governo, nel 1963, di distruggere tutte le tracce della guerra. Dopo trent’anni di ricerche, Ilya Prokoviev è in grado di far capire quanto determinata sia stata quella volontà. «La maggior parte dei ritrovamenti dei soldati dimenticati avviene in zone dove a partire dal 1963 si procedette a rimboschimenti e progetti di edificazione». Trattori e scavatrici furono messi all’opera appositamente nelle zone dove più il sangue era stato versato. «Fu orribile - prosegue Ilya Prokoviev - ma operai e agricoltori non potevano rifiutare gli ordini di Mosca. Chi provava a rifiutarsi di oltraggiare i cadaveri perdeva il posto e quelli non erano i tempi per permetterselo».

Oggi però ci sono loro, i “cacciatori bianchi” a tentare di controbilanciare la sprezzante e cinica politica dell’oblio imposta dal Cremlino allora in mano a Nikita Khrushchev. E quando la “caccia”, raramente, si conclude con l’identificazione della vittima e la riconsegna a qualche familiare la festa è grande. «Purtroppo - conclude Prokoviev - non è facile perché la chiave più semplice per l’identificazione è trovare la targhetta di riconoscimento che purtroppo non è di metallo e quindi non “risponde” al detector. I soldati sovietici generalmente erano dotati di una piccola capsula di legno contenente un pezzetto di carta con il loro nome. E, per superstizione, moltissimi soldati non riempivano quel pezzetto di carta pensando che farlo portasse sfortuna».

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