Rachida Dati: «Ridare concretezza alla politica così si batte il populismo di Le Pen»

Lunedì 28 Novembre 2016 di Maria Latella
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Rachida Dati, europarlamentare per il partito dei Repubblicani, già ministro di Sarkozy alla Giustizia nel gabinetto guidato da Francois Fillon, è considerata sarkozista della prima ora. In quest’intervista commenta a caldo il risultato della vittoria di Fillon, i motivi della sorprendente sconfitta del suo leader Sarkozy e gli scenari possibili, dallo scontro finale con Marine Le Pen all’influenza della Russia di Putin.

Che effetto avrà sulle elezioni la vittoria di Francois Fillon?
«In politica non si può mai giocare d’anticipo. Siamo a cinque mesi dal primo turno elettorale delle presidenziali e dobbiamo convincere la maggioranza dei francesi perché all’Eliseo ci sia il cambio della guardia. Per questo Francois Fillon dovrà prima di tutto mettere d’accordo la nostra famiglia politica. Dalla capacità di essere uniti tra noi dipende la possibilità di convincere i francesi e portarli su una strada che comporterà sacrifici e scelte vitali per arrivare ad alleggerire il debito del nostro Paese, rafforzare la sua sicurezza senza dimenticare quella parte della popolazione affascinata dal populismo».

La partecipazione al ballottaggio è stata ancora più alta che al primo turno delle primarie. Come mai?
«I francesi non rinunciano alla politica, soprattutto quando il dibattito è di qualità e le scelte sono chiare. Queste primarie sono state un successo perché il dibattito è stato vero, con proposte concrete da una parte e dall’altra. Gli elettori della destra e del centro hanno capito che grazie a queste primarie eravamo più attenti a quel che ci chiedono, più di quanto non accada quando ci si limita a giochi d’apparato. È un successo della democrazia».

Perché i francesi hanno scelto Fillon?
«Personalmente, non credo nei sondaggi, credo nel territorio e nelle elezioni. I cittadini non vogliono farsi imporre una scelta, vogliono essere padroni del proprio destino e non vogliono subire le pressioni delle elite. Questa è la lezione di queste primarie del centro destra».

Fillon è stato aiutato dal partito o dalla opinione pubblica?
«Ci siamo concentrati su Alain Juppé e Nicolas Sarkozy, ma c’era anche François Fillon. In primo luogo, c’è stata spesso una ingiusta mobilitazione dei media contro Nicolas Sarkozy. Secondo: Sarkozy aveva un ambizioso programma di destra, pensato per le classi popolari ma questi elettori, pur sostenendolo, alla fine non sono andati a votare».

Come spiega quest’astensione dei sarkozisti, visto che invece l’adesione alle primarie è stata alta?
«Posso fare qualche ipotesi. Non sono andati a votare perché erano elezioni a pagamento? È prevalso il voto di pancia, il voto “contro”, e questa volta contro Nicolas Sarkozy? C’è anche da dire che François Fillon aveva un programma più coerente di quello di Alain Juppé. Juppé ha fatto una campagna centrista».

Ormai in tutte le elezioni, da quella di Trump a quelle che da ora al voto di primavera riguarderanno la Francia, si parla sempre del ruolo della Russia. Anche di Fillon si dice abbia sempre coltivato i rapporti con Vladimir Putin. È vero?
«Non lo so. Chiedeteglielo. Io credo che Francia ed Europa debbano recuperare la connessione con la Russia, soprattutto se vogliamo risolvere il conflitto siriano, un vero e proprio terreno di coltura per il terrorismo, una tragedia che a sua volta ne produce un’altra, quella dell’immigrazione».

Insisto: avere buoni rapporti con Putin oggi in politica aiuta? Da Donald Trump a Marine Le Pen fino a Matteo Salvini in Italia, sembrano tutti amici di Putin.
«La questione non è essere “amici” della Russia, in diplomazia l’amicizia non c’entra. Per fare un esempio: si può essere in buoni rapporti con la Cina, nonostante sia un Paese che crea ancora vari problemi, per citarne uno soltanto i rapporti col Tibet. La verità è che oggi tutte le grandi potenze del mondo dovrebbero sedersi allo stesso tavolo. Solo così si può pensare di agire con efficacia rispetto a problemi enormi come il terrorismo e le migrazioni. Per ciò che riguarda la Russia, non bisogna lasciarla libera di fare quel che vuole. Bisogna dialogare e stabilire insieme le modalità per il dopo guerra civile in Siria».

Tra Juppé e Fillon chi sarebbe stato il miglior presidente?
«Gli elettori della destra e del centro hanno scelto Fillon. Scelta fatta capo ha. Chi pensa di diventare presidente della Repubblica francese non può essere scollegato dai cittadini e dal mondo di oggi. La Francia del 2017 non sarà quella del 2012 e nemmeno quella del 2016» .

Qual è, a destra e a sinistra, il candidato più attrezzato per battere Marine Le Pen?
«Chi sa ascoltare la sofferenza dei francesi. E chi saprà mantenere le promesse, con soluzioni concrete contro la disoccupazione, le diseguaglianze nella scuola, il terrorismo».

Nicolas Sarkozy ha annunciato che lascerà la politica. Si fida di quest’annuncio?
«Il termine fiducia non ha alcun significato, si tratta di una scelta personale di un uomo che, nonostante quel che molti pensano, ha segnato la storia del suo paese e del mondo. Domenica scorsa Nicolas Sarkozy ha pronunciato un discorso di grande dignità, un discorso molto forte, un discorso da statista che disegna con grazia la sua uscita di scena. La sconfitta alle primarie può forse segnare la fine del suo impegno, ma credo che il nostro paese avrà ancora bisogno della sua visione politica, per una Francia che Nicolas Sarkozy ama e che ha servito con passione. Come ha detto domenica scorsa, la Francia e i francesi saranno sempre con lui, e lui sarà sempre al servizio del suo paese. In un modo diverso».

E lei? Come vede il suo futuro?
«Continuo il mio impegno per servire i miei concittadini, sia come deputato europeo sia come sindaco del 7 ° arrondissement di Parigi. A Bruxelles lavoro per la mia famiglia politica come responsabile delle questioni di sicurezza e nella lotta al terrorismo. Come europarlamentare ho votato per misure concrete contro il jihadismo e il terrorismo e vigilo perché queste misure si applichino al più presto. Sto anche lavorando per proporre misure per il miglioramento delle condizioni di detenzione in Europa, per un migliore accesso all’assistenza legale per tutti i cittadini europei, e per la creazione di una lista comune per l’Ue di paesi cosidetti sicuri. Costruire l’Europa significa garantire che la crisi della migrazione sia condivisa. Il ciascuno per sé è la porta aperta a ogni egoismo».

E nel futuro più immediato?
«Per quanto riguarda le elezioni presidenziali, sarò presente alla vittoria della destra nel 2017, nell’interesse della Francia, e dell’Europa. Spero di difendere e sostenere un progetto ambizioso, per la Francia e i francesi».

Alain Juppé sembrava il favorito. Che cosa è successo? L’ha indebolito l’effetto “eterno ritorno”?
«In politica, non c’è ritorno, se non si è mai abbandonato il campo. Alain Juppé è un politico di lungo corso e anche se circostanze politiche lo hanno tenuto lontano dalla ribalta per un po’, non ha mai davvero lasciato la scena politica. Certo, i sondaggi lo davano vincente ma ormai s’è capito che alla gente piace beffare i sondaggi. Penso a quanti sostenevano che la Brexit non sarebbe mai passata, che Hillary Clinton sarebbe andata alla Casa Bianca. Penso all’Italia e a chi ha totalmente sbagliato le previsioni sul sindaco di Roma! Vedremo quello che succede nel vostro prossimo referendum».


  Ultimo aggiornamento: 10:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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