Paradisi fiscali, bufera sui leader. Il Cremlino attacca: «Manovra della Cia»

Martedì 5 Aprile 2016 di Roberto Romagnoli
ROMA - Lo tsunami dei tesori segreti partito da Panama si sta abbattendo sulle coste di tutto il mondo suscitando curiosità e paura e scatenando una caccia ai manigoldi che può trasformarsi, soprattutto in campo politico, nella ghigliottina di capi di Stato, primi ministri, governi. E così opposizioni e opinione pubblica affilano le armi, pronte a cavalcare la gigantesca onda con la speranza che il lavaggio di denaro possa trasformarsi in lavaggio di politicanti che, se colpevoli, non meritano di restare al loro posto. All'indomani dell'esplosione del caso le reazioni di chi si sente chiamato in causa si dividono tra indignazione, reazione, indifferenza. Un'indifferenza traducibile nella speranza che alla fine tutto si risolva in un gran polverone senza né vinti nè vincitori.

IL CASO ISLANDA
La medaglia d'oro degli indignati ieri è andata al presidente Putin che ha definito “Panama papers” una montatura orchestrata contro di lui e la Russia dalla Cia. Indignato anche, seppur con toni più lievi, il primo ministro islandese, Sigmundur David Gunnlaugsson accusato di aver dirottato milioni di dollari di investimenti nella società offshore “Wintris”. Soldi derivanti da eredità. Ieri Gunnlaugsson a una domanda su “Wintris” da parte di un giornalista ha girato i tacchi e se ne è andato. Poi si è scusato ma annunciando di non aver alcuna intenzione di dimettersi come invocato in una petizione firmata da migliaia di cittadini. E in serata a Reykjavík è scoppiata la protesta con tanto di scontri e lacrimogeni.

Dietro la motivazione di «fatti privati» si cela Downing Street dove lo tsunami panamense si è abbattuto portando la notizia di documenti legati a Ian Cameron, papà defunto del premier David Cameron. Seimilaquattrocento chilometri a Sud-Est di Londra, a Karachi, il premier pachistano Nawaz Sharif, coinvolto attraverso il figlio Hussain Nawaz Sharif e una delle sue tre mogli, reagisce senza battere ciglio: «Non c'è nulla da ridire su quello che è stato fatto. E' tutto regolare». Sulla stessa lunghezza d'onda il presidente dell'Azeirbaigian, Ilham Aliyev i cui figli risultano proprietari di alcune società offshore. Si difende Aliyev: «Si tratta di pratiche che nessuna legge proibisce».
La Cina, chiamata in causa con diversi nomi di politici di primo piano - tra cui l'ex premier Li Peng e il cognato del presidente Xi - usa il classico metodo della censura per cercare di bloccare la circolazione delle notizie dei “Panama papers” sui social media. In Argentina, il coinvolgimento del presidente Mauricio Macri, il cui nome risulta nel consiglio di amministrazione di una società offshore registrata alle Bahamas, suscita immediate richieste di investigazione davanti alle quali fa diga la titolare dell'Ufficio anticorruzione, Laura Alonso che twitta: «Costituire società in paradisi fiscali non è per forza sinonimo di crimine».

NUOVO FANGO SU DILMA
In Brasile è più facile stilare l'elenco dei partiti che non sarebbero coinvolti. Nessuna sorpresa che dai documenti emerga il mondo corruttivo legato alla grande impresa statale petrolifera Petrobras, “madre” della corruzione brasiliana. Il che potrebbe rovesciare nuovo fango sull'ex presidente Lula e sulla sua erede, l'attuale presidente Dilma Rousseff.

Dovranno difendersi, giustificarsi o far finta di niente anche il re del Marocco Mohamed VI e quello dell'Arabia Saudita Salman, Hamad bin Khalifa Al Thani, ex emiro del Qatar, bin Zayed bin Sultan Al Nahyan, presidente degli Emirati arabi uniti ed emiro di Abu Dhabi. Ma la mappa geografica dell'inchiesta coinvolge anche l'Iraq (con l'ex premier Allawi), la Giordania (l'ex premier al Ragheb) l'Ucraina con l'attuale presidente Poroshenko, e una decina di altri Paesi, tra cui il Venezuela che sarebbe citato oltre 240mila volte per oscuri affari di funzionari vicini al defunto presidente Chavez. E se anche la rivoluzione bolivariana si cibava offshore vuol dire che il paradiso fiscale è davvero affollato.