La nuova Turchia/ Il consenso interno e gli storici nemici

di Alessandro Orsini
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Domenica 17 Luglio 2016, 00:39 - Ultimo aggiornamento: 00:41

Quando un evento politico, come un colpo di Stato, impressiona l’opinione pubblica internazionale, alcuni commentatori affermano che è stata tutta una “messa in scena”. E abbracciano la dietrologia. Quel capo di Stato – dicono - ha ingannato il popolo per giustificare una repressione interna e diventare più potente di prima. Ciò accade per due motivi. Il primo è che il commentatore dietrologico si compiace nel far credere di saperne più degli altri, assicurando di essere a conoscenza di segreti gravissimi che, se rivelati, sconvolgerebbero il mondo intero. È una forma di narcisismo. Il secondo motivo è che la dietrologia evita il confronto con i problemi complessi. È un modo per far prima. Erdogan non è stato l’organizzatore di un colpo di Stato contro se stesso perché tutti i governanti del Medio Oriente imparano una regola che giurano di non dimenticare mai: “Le azioni politiche sono intenzionali, ma le loro conseguenze sono inintenzionali”.

Un esempio aiuterà a comprendere. Se io do un pugno in faccia a un altro uomo, compio un’azione intenzionale, ma non posso controllare le conseguenze del mio pugno, che sono inintenzionali. La vittima potrebbe soccombere oppure potrebbe uccidermi. Detto più chiaramente, nessun capo di Stato si sparerebbe addosso da solo perché sa che, una volta avviato un finto golpe, con morti e feriti, potrebbero innescarsi una serie di reazioni a catena incontrollabili, come l’attivazione di forze ostili che covano nel ventre del paese o all’estero. Il fallito golpe in Turchia è un fenomeno politico serio che consente di osservare due fatti politici rilevanti. Il primo fatto rilevante è che Erdogan gode di un consenso significativo nel proprio paese. Se fosse stato un capo di Stato odiato, le folle avrebbero approfittato del tentativo di golpe per scendere in piazza e abbattere i simboli del potere.

 

Così non è stato. Anzi, semmai è stato il contrario. In piazza, sono scesi i sostenitori di Erdogan. La ragione del consenso popolare di Erdogan è chiara a chiunque abbia passeggiato per le strade principali di Ankara. Erdogan consente ai turchi di essere musulmani e, nello stesso tempo, laici. I turchi non gradirebbero un capo di Stato che impedisca loro di vivere all’occidentale, ma non gradirebbero nemmeno un capo di Stato che proibisca loro di sentirsi fieri di essere musulmani. In Italia, accade un fenomeno analogo. I nostri ragazzi bevono gli alcolici in discoteca mentre portano il crocifisso al collo. Allo stesso modo, le ragazze di Ankara possono fare shopping nei negozi scintillanti con il capo coperto. Vi è un secondo fatto rilevante. Se è vero che Erdogan gode di un significativo consenso interno, è altrettanto vero che ci sono almeno quattro paesi che trarrerrebo un vantaggio dalla sua caduta: la Russia, la Siria di Bassar al Assad, Israele e l’Egitto.

La Russia nutre rancore verso Erdogan per la sua scelta di schierarsi con gli americani nel tentativo, mai riuscito, di scalzare Bassar al Assad ed estendere la sua influenza sulla Siria, che è infeudata a Putin. Bassar al Assad odia Erdogan, il quale finanzia i ribelli siriani. Al Sisi, il presidente dell’Egitto, nutre un’ostilità tenace verso Erdogan, dal quale è generosamente ricambiato. Erdogan è infatti un ottimo amico di Morsi - il leader della fratellanza musulmana egiziana, rovesciato da al Sisi - che si trova in carcere con una condanna a morte in primo grado. Dopo il colpo di Stato in Egitto, Erdogan definì al Sisi “un dittatore illegittimo”, che reagì con l’espulsione dell’ambasciatore turco dall’Egitto per poi impegnarsi a boicottare la richiesta della Turchia di ottenere un seggio nel consiglio di sicurezza dell’Onu. Israele vede un nemico potenziale in Erdogan, il quale ha ottimi rapporti con Hamas. Non a caso, la crisi tra i due paesi scoppiò il 31 maggio 2010, quando i militari israeliani spararono e uccisero nove attivisti turchi che cercavano di forzare il blocco navale intorno a Gaza per portare aiuti ad Hamas.

Per chiudere la vicenda, e tornare momentaneamente amici, Israele ha chiesto a Erdogan di espellere i militanti di Hamas dalla Turchia. A ciò, occorre aggiungere i buoni rapporti tra Erdogan e l’Iran, acerrimo nemico di Israele. Anche se Erdogan e l’Iran sono su fronti contrapposti in Siria, dove l’Iran sostiene Bassar al Assad, la Turchia è rimasto uno dei migliori partner commerciali dell’Iran, durante tutto il periodo delle sanzioni economiche contro il progetto di sviluppo del programma nucleare iraniano. Nel giungo 2016, meno di un mese fa, la Turchia ha siglato un accordo di ben 4,2 miliardi di dollari per la costruzione di sette impianti energetici in Iran. È presto per dire se Erdogan si è rafforzato oppure indebolito con il tentativo di golpe, ma è certo che quest’uomo ha appena vinto la battaglia più importante della sua vita. Quali ripercussioni avrà una simile vittoria nei rapporti tra la Turchia e i suoi principali interlocutori internazionali è un capitolo da scrivere.

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