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Forze armate, tutte le zone nel mondo dove operano i militari italiani

Forze armate, tutte le zone nel mondo dove operano i militari italiani
di Giulia Prsperetti
13 Minuti di Lettura
Sabato 5 Novembre 2016, 14:21 - Ultimo aggiornamento: 6 Novembre, 11:13

Alzabandiera solenne, lettura dei messaggi del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del ministro degli Esteri Roberta Pinotti. Ma anche una “bellissima corsa mattutina” in Afghanistan, una pizza, sfornata dopo l’orario di servizio, in Kuwait e il racconto, dal Kosovo, di un “inno di Mameli a tutto volume” che ha risuonato in tutta Pristina. I militari italiani, impegnati nei diversi teatri operativi internazionali, hanno festeggiato così il 4 novembre. 

 

A Kabul le celebrazioni sono iniziate con il ricordo dei due soldati americani morti lo scorso 3 novembre in seguito a un’operazione nella provincia settentrionale di Kunduz. Nel suo discorso John Nicholson, comandante delle forze Usa in Afghanistan, ha raccontato di aver visitato due militari americani feriti che avevano preso parte all’operazione: «uno di questi era intubato – ha raccontato Nicholson ai militari – e non potendo parlare ha chiesto carta e penna. Sul foglio ha scritto “come stanno i miei amici?».

La festa dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate in memoria della fine della Grande Guerra è stata anche il momento per fare il punto sulle diverse missioni italiane in corso, vagliarne i successi, le difficoltà e gli sviluppi futuri. «Abbiamo quasi settemila militari impegnati nelle missioni all’estero, più di settemila in Strade Sicure, attualmente più di 1300 sui territori del terremoto. Nelle missioni internazionali abbiamo complimenti da tutti i nostri alleati e da tutte le autorità dei paesi in cui operiamo». A dirlo è stato il ministro Pinotti a margine del tradizionale collegamento in video-teleconferenza con i teatri operativi all’estero per il saluto ai contingenti militari italiani, avvenuto a Roma, presso il Comando Operativo di vertice Interforze (COI).

In diciassette collegamenti da altrettanti paesi, i militari italiani hanno fornito un racconto aggiornato di ciò che avviene sul campo. Una panoramica sulle principali operazioni internazionali che riflette un’Italia in prima linea, impegnata in 28 missioni in 19 paesi. 




ASSISTENZA SANITARIA E SICUREZZA MARITTIMA IN LIBIA

Sono trascorsi appena 51 giorni, eppure il ministro Pinotti ha già manifestato “grande soddisfazione” per la missione Ippocrate a Misurata, iniziata lo scorso 14 settembre. Una missione a carattere umanitario con l’obiettivo di fornire assistenza sanitaria alle forze libiche impegnate a combattere la presenza dello Stato Islamico nel Paese. Dal giorno successivo al loro arrivo i militari italiani hanno preso contatti con l’ospedale civile di Misurata per l’invio di medici con le specializzazioni richieste e realizzato un ospedale militare da campo. Ad oggi il team di medici italiani ha effettuato circa 830 consulenze, un centinaio di medicazioni ambulatoriali e oltre 130 interventi chirurgici favore dei militari feriti ma anche di civili, incluse donne e bambini bisognosi di cure. 

«Per noi è una missione molto importante perché il fatto di essere in Libia è fondamentale. E il fatto di avere questa missione così bene accetta è il modo migliore di essere presenti sul territorio», ha affermato il ministro della Difesa.

L’impegno italiano in quell’area, tuttavia, non si limita all’assistenza sanitaria. Intorno alla Libia gravitano anche le missioni navali EUNAVFOR MED - Operazione Sophia e Mare Sicuro. 

EUNAVFOR MED vede impegnate 25 nazioni europee con l’obiettivo di contrastare l’attività dei trafficanti di esseri umani. Secondo gli ultimi aggiornamenti, sebbene sia stato riscontrato un aumento del flusso migratorio del 9% dalle coste libiche rispetto al 2015, non mancherebbero le buone notizie. Dall’inizio dell’operazione sono stati, infatti, fermati e consegnati alle autorità italiane 99 sospetti trafficanti, sono state sottratte alla disponibilità dei trafficanti 337 imbarcazioni e sono state salvate circa 23mila vita umane. Inoltre, e questa è la principale novità, sembra che la Guardia costiera libica abbia iniziato a collaborare nel contrasto ai trafficanti. Negli ultimi tre mesi, come ha riferito, in collegamento da Nave Garibaldi, il Contrammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, alcune piccole unità della Guardia costiera libica hanno bloccato i gommoni con i migranti prima che uscissero dalle acque territoriali e li hanno riportati sulla costa libica. Inoltre, in almeno due occasioni, le forze libiche hanno aiutato i militari italiani nelle operazioni di recupero e sequestro dei gommoni utilizzati dai migranti, avvenute in acque internazionali. Una maggiore collaborazione unita al recente inizio dell’attività di addestramento degli uomini della Guardia costiera libica, fa, dunque, ben sperare. «Avere la collaborazione dei libici nel controllo della frontiera è fondamentale – ha detto la Pinotti –  per quanto riguarda il tema della partenza dei migranti e della sicurezza marittima. È una missione che sta avendo finalmente anche nuovi sbocchi, noi siamo molto contenti del lavoro che state facendo». 

La deterrenza e il contrasto delle organizzazioni criminali dedite ai traffici illeciti via mare nel Mediterraneo Centrale è prerogativa della missione italiana Mare Sicuro, il cui baricentro è dislocato nelle acque prospicenti la Libia. Una cornice di sicurezza a tutela degli interessi nazionali, come le piattaforme petrolifere e la flotta peschereccia, ma anche un supporto alla presenza italiana in Libia. «La missione Mare Sicuro è una missione in cui le navi salvano anche vite umane, un dovere quando si è in mare, ma è una missione il cui obiettivo è la sicurezza marittima». Una precisazione a cui il Ministro tiene molto. 



LA DIGA DI MOSUL E IL CONTRASTO ALLO STATO ISLAMICO IN IRAQ

Mentre le forze di sicurezza irachene continuano la loro offensiva per riconquistare la città simbolo dello Stato Islamico in Iraq, a 40 chilometri di distanza i militari italiani hanno completato lo schieramento della Task force Praesidium lungo la diga di Mosul, la più grande del Paese e la quarta del Medio Oriente. «Un importantissimo risultato che – come ha sottolineato il ministro Pinotti – ha permesso alla Trevi (la società italiana che ha vinto un contratto da 273 milioni di euro per riparare la diga ndr) di raggiungere con netto anticipo il primo obiettivo». È stata infatti completata la riparazione di una delle due saracinesche non funzionanti della diga in modo da permettere il deflusso delle acque qualora il loro livello divenisse critico.

Sui rischi della missione, in seguito ai recenti sviluppi dell’offensiva irachena contro Daesh, la Pinotti è stata rassicurante. «Il lavoro che stiamo facendo sulla diga di Mosul – ha detto – è fatto in una situazione di sicurezza. Questo è anche il motivo per cui abbiamo mandato un contingente di 500 persone. Sappiamo di essere vicini a una frontiera di guerra e quindi il dispositivo di messa in sicurezza è abbastanza robusto». Un’attenzione alla sicurezza del personale che, ha assicurato il Ministro, «sapendo di andare in un territorio non pacificato, è stata ai massimi livelli fin dalla preparazione della missione». 

Se le forze irachene stanno ottenendo successi contro lo Stato Islamico il merito è anche dei militari italiani. L’Italia contribuisce, infatti, alla Coalizione Internazionale per il contrasto a Daesh con l’Operazione Prima Parthica che vede impiegati circa 1400 militari appartenenti a tutte le Forze armate. La missione più numerosa, perché, come ha spiegato il ministro Pinotti «abbiamo scelto di dare il massimo del contributo possibile per la lotta contro il Daesh». 

Uno dei compiti principali della missione è l’addestramento delle Forze di Sicurezza curde e irachene. Un compito che ha l’obiettivo di migliorarne la capacità operativa di contrasto diretto al Daesh e contribuire a ristabilire le condizioni di sicurezza in Iraq. Un dato preciso sul numero di personale addestrato fino ad oggi non c’è ma, secondo il ministro Pinotti, si tratta di un numero compreso tra le 12300 e le 14mila unità. 

«La capacità che avete avuto nell’addestramento di forze speciali è stata essenziale per alcuni sviluppi che stiamo vedendo in quell’area. In poco tempo abbiamo fatto fare un salto di qualità all’esercito iracheno, ai peshmerga curdi e l’accordo tra le diverse forze per la ripresa di Mosul. Sappiamo che l’equilibrio politico può essere delicato ma in questo momento è una buona notizia», ha detto il Ministro.

La fase finale dell’operazione Eagle Strike per la liberazione di Mosul è supportata dalle forze speciali della Task Force 44 di stanza a Baghdad. «In queste settimane lo sforzo della Task Force 44 consiste nel supportare la manovra di tali unità e facilitarne l’accesso agli assetti della coalizione attraverso un costante lavoro di coordinamento, monitoraggio e assistenza alle attività svolte sul terreno», ha spiegato il Comandante della Task Force, Stefano Sciapi.

«Non sarà una ripresa immediata, questo lo sappiamo – ha affermato la Pinotti – ma i primi risultati dimostrano un’efficienza e un’efficacia ben superiore a quella che vi era due anni fa quando Mosul era stata presa in pochissimo tempo e le forze armate irachene non erano riuscite a contrastare i terroristi».

Nell’ambito della campagna di riconquista in Iraq, un ruolo essenziale è svolto dalla Task Force Air di base in Kuwait. Tra i compiti della Task Force vi sono infatti il rifornimento in volo, la protezione delle truppe a terra, l’analisi di potenziali minacce nell’area della diga di Mosul e la ricerca aerea delle ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico del resto del Paese. 

«Non sappiamo ancora quanto potrà durare la battaglia per la riconquista di Mosul – ha affermato da Ali Al Salem, il Capo Ufficio Operazioni della Task Force, Daniele Locatelli – ma quello che è certo è che noi con il nostro lavoro quotidiano stiamo già influenzando l’andamento delle operazioni». 



LA DIFESA DEI CONFINI NELLA TURCHIA DEL FALLITO GOLPE 

«Certamente quando abbiamo deciso di rispondere positivamente alla richiesta della Nato, non pensavamo di inviarvi in un luogo dove, di lì a poco, ci sarebbe stato un tentativo di colpo di stato con le relative conseguenze». In effetti, dal colpo di stato dello scorso 15 luglio, ricordato dal ministro Pinotti, il Paese è ancora in stato di emergenza. «Questo definisce la totale autorità dei governatori locali che continuano le epurazioni nelle principali classi dirigenti dello Stato (militari, insegnanti, giudici e tutte quelle figure percepite come di opposizioni al governo centrale)», ha affermato il Comandante della Task Force SAMP-T, Luca Befacchia da Kahramanmaraş. 

Se tra gli obiettivi principali della missione vi sono a difesa del confine Nato e il monitoraggio dello spazio aereo turco-siriano per scongiurare la possibile minaccia di missili balistici dalla Siria, attualmente i militari italiani devono prestare attenzione anche alla sicurezza interna del Paese. Una situazione al momento stabile ma soggetta a repentini mutamenti. Alla questione curda, con l’opposizione dei territori del sud-est del Paese al governo centrale e i quotidiani attentati da parte degli esponenti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) nei confronti di rappresentanti delle istituzioni, si aggiungono, infatti, le preoccupanti infiltrazioni dei jihadisti dello Stato Islamico. 

«ll ministro turco mi ha molto ringraziato e ci ha chiesto di continuare il nostro lavoro» ha detto la Pinotti. Il mandato italiano in Turchia terminerà allo scadere dei sei mesi, il prossimo 31 dicembre. Sul futuro della missione, tuttavia, il Ministro non si esprime: «vedremo in sede Nato se continuare». 



LA MISSIONE IN AFGHANISTAN TRA TALEBANI ED EMERGENZA PROFUGHI

Sono “dati confortanti”, secondo il ministro Pinotti, quelli che provengono dall’Afghanistan. Nel paese, grande quasi il doppio dell’Italia ma abitato dalla metà della popolazione italiana, sembra che la percentuale di territori sotto il controllo dei talebani, da inizio anno, sia diminuita notevolmente. Secondo il Generale di Divisione Rosario Castellano, in collegamento da Kabul, i territori attualmente controllati dai talebani corrispondono a circa il dieci percento del Paese. 

In rapporto alla situazione del Paese sotto il controllo dei talebani, i dati forniti dal Generale fanno registrare un generale miglioramento delle condizioni di vita. Attualmente il livello di scolarizzazione è passato dal 12 al 40 percento della popolazione, l’utilizzo di Internet dallo 0 all’11 percento e quello del cellulare dallo 0 al 65 percento. I dati più rincuoranti, tuttavia, riguardano il tasso di mortalità infantile sceso dal 26 al 13 percento e l’aumento dell’emancipazione femminile che vede quattro ministeri retti da donne e 49 seggi parlamentari conquistati. 

Un altro aspetto positivo è dato dalla crescente capacità delle Forze di sicurezza afghane, in seguito alle attività di addestramento effettuate, a respingere gli attacchi dell’insorgenza mantenendo il pieno controllo del territorio. 

Le criticità presenti nell’area, tuttavia, sono ancora molte a cominciare dalla presenza, tra l’Afghanistan e il Pakistan, di oltre 20 gruppi del terrore. Tra le principali problematiche elencate da Castellano vi è la corruzione che dilaga a tutti i livelli ordinativi, il problema della droga, una piaga che alimenta ancora la tasche dei talebani, e la questione dei rifugiati afghani. Attualmente sono divisi tra l’Iran (tre milioni), l’Europa (350mila) e in Pakistan (due milioni e mezzo). La forte spinta del Pakistan a cacciare via i rifugiati verso l’Afghanistan potrebbe essere la causa della prossima crisi destabilizzante nell’area.



TENSIONI INTERETNICHE E FOREIGN FIGHTERS IN KOSOVO

«Le missioni militari servono a riportare e a mantenere la pace, questo è l’obiettivo che noi ci diamo sulla base dell’articolo 11 della Costituzione e questo è un lavoro che voi avete svolto egregiamente». Questo è il messaggio che il ministro Pinotti ha voluto mandare ai militari impegnati in Kosovo. «Una missione che esiste da lungo tempo ma che è di grandissimo successo perché se prima c’era la guerra nei Balcani, adesso i Balcani, seppur con alcuni elementi di fragilità, sono paesi che stanno progettando il loro futuro e che pensano a uno sviluppo economico».

La più longeva delle missioni Nato, di cui l’Italia è secondo contributore, è attiva dal 1999 e conta circa 4600 militari provenienti da 30 nazioni. «La nostra missione attualmente è quella di contribuire al mantenimento della sicurezza e alla libertà di movimento per tutti i kosovari, a prescindere dalla provenienza etnica, e sostenere, ove necessario, le attività di organizzazioni internazionali», ha spiegato il Comandante di KFOR, Giovanni Maria Clemente Fungo. Tra le attività della missione, che ha l’obiettivo di mantenere la sicurezza dell’area contribuendo al consolidamento della pace e al processo di crescita civile, vi è la bonifica degli ordigni esplosivi in tutto il territorio kosovaro. 

La situazione in Kosovo si può valutare come relativamente calma, tuttavia, come sottolinea il Generale Fungo «alcune situazioni politico-sociali in corso di sviluppo lasciano presagire un maggiore impegno operativo di KFOR nei prossimi mesi nel quadro di una potenziale instabilità che potrebbe anche avere riflessi sulla situazione di sicurezza». Tra le problematiche evidenziate  vi è lo stallo politico delle istituzioni kosovare con il rischio di elezioni anticipate, un’ assenza di progressi nel dialogo Belgrado-Pristina e un aumento degli episodi di tensione interetnica tra serbi e albanesi. In questo quadro si inserisce anche il problema dei foreign fighters che in Kosovo ha una grande incidenza con un forte flusso di combattenti kosovari che si sono recati all’estero per unirsi alla lotta jihadista, transitando anche per l’Italia con visti o permessi di soggiorno falsi. 

Il proselitismo religioso di tipo estremista in Kosovo viene sostenuto dalla costruzione di moschee e centri religiosi con investimenti di paesi che vogliono sostenere la radicalizzazione. Per questo motivo, secondo il ministro Pinotti «mantenere la missione è importante anche per la sicurezza dell’Italia». 



LE SFIDE DEL LIBANO DI AOUL

«Presto io e il Generale Graziano verremo a salutare il Generale Aoun. Speriamo che questo consolidamento politico molto atteso porti a una stabilità politica che possa consentire di affrontare al meglio tutti i problemi». Questo l’augurio di Roberta Pinotti ai circa mille militari impegnati in Libano nella missione Unifil. All’indomani dell’elezione del presidente della Repubblica, dopo uno stallo politico che durava da maggio del 2014, la Pinotti si è detta contenta del ritrovato assetto politico del Paese. Il neoeletto Michel Aoun, già primo ministro e comandante dell’esercito negli anni Ottanta e Novanta, è, a quanto pare, una vecchia conoscenza sia del Capo Stato Maggiore della Difesa, il Generale Claudio Graziano, che lo ha conosciuto nel suo periodo di comando nella missione in Libano, sia del ministro della Difesa.

«La missione in Libano – ha sottolineato il Ministro – continua ad essere estremamente importante. Sapete quanto l’Italia è stata protagonista nel volerla e sapete quanto siamo stati ringraziati da entrambe le parti, quindi sia dal Libano che da Israele, per quanto riguarda il lavoro che abbiamo saputo svolgere con estrema capacità». 

L’obiettivo principale della missione, anche in seguito alla Risoluzione 1701 del 2006 che ha previsto il potenziamento del contingente militare e l’introduzione di nuove attività operative, rimane il controllo lungo il confine della Blue Line, la linea armistiziale di separazione tra Israele e il Libano. La settimana scorsa, in seguito al ferimento di un militare israeliano nell’area est sotto il comando spagnolo, vi è stato un aumento rapidissimo della tensione tra i due paesi. Un ferimento che è ancora sotto investigazione da parte di Unifil ma che ha dimostrato come la situazione sia ancora lontana dall’essere stabile e renda necessaria, come ha detto il Ministro, «la presenza dei militari italiani e la loro capacità di saper far dialogare le parti, stemperare le tensioni dopo ogni incidente».

Un milione di profughi siriani, di cui 60mila nell’area di responsabilità italiana, e le infiltrazioni dei gruppi terroristici che spesso trovano rifugio nei campi profughi palestinesi, rende ancora più complessa l’attività dei militari. 

 

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