Non ripetere l'errore fatto con la Grecia

Sabato 22 Ottobre 2016 di Giulio Sapelli
Nelle discipline che studiano le organizzazioni si conviene nell’affermare che un’organizzazione è prossima alla crisi, ossia al suo disfacimento, allorché diventa incapace di apprendere. In qualsivoglia sistema organizzativo se fosse accaduto quello che nell’Unione Europea è successo con la Brexit, quella sarebbe stata la prova della prossima disgregazione dell’Ue. In effetti la Brexit è stata una prova del fuoco: o cambiare o morire. E per non morire occorre capire che è necessario staccare il pilota automatico e considerare volta per volta le specificità nazionali dei singoli stati dell’Unione, passare insomma dalla omogeneità alla eterogeneità della politica economica.

Non più una politica economica ma più politiche economiche tagliate su misura delle necessità delle molteplici situazioni storiche concrete di cui è intessuto l’ordito delle relazioni europee. Di qui la necessità di far emergere il ruolo direttivo del Consiglio europeo declassando fortemente quello della Commissione, e di concerto facendo veramente divenire il Parlamento europeo l’Assemblea deliberante in ultima istanza.

Occorre giungere alla promulgazione di leggi di iniziativa parlamentare europea che sostituiscano le direttive tecnocratiche ottusamente formulate secondo i giochi algoritmici di trattati e regolamenti che vanno riscritti da cima a fondo. Il Consiglio europeo appena terminato ha di fatto accettato le richieste italiane in merito alla considerazione del bilancio della legge di stabilità, che è in corso di esame da parte della Commissione, delle spese sostenute a questo proposito dall’Italia.

Non si tratta di una novità molto rilevante perché spiragli di possibilità di staccare il pilota automatico in queste occasioni erano già emersi. Ma l’Italia solleva ora una importante e diversa questione. Quella di dar vita finalmente all’inizio di questa eterogeneità nelle politiche economiche, considerando la possibilità di affrontare le spese necessarie alla ricostruzione dopo il terremoto nell’Italia centrale, senza essere imprigionati nella gabbia d’acciaio dei parametri di Maastricht. Le parole che Matteo Renzi ha pronunciato nel corso della riunione dei deputati europei, che ha voluto presiedere durante i lavori del consiglio, sono molto chiare in proposito. Si è fatto forte del sostegno che ha ricevuto dal presidente Obama nel corso dell’incontro avuto a Washington per gettare un grido d’allarme sul pericolo che il mondo intero sta correndo per il perdurare della crisi economica europea. È giunto a dire che Obama è più preoccupato della situazione europea che di quella siriana. E se pensiamo a quel che sta accadendo nel Mediterraneo con l’arrivo della flotta russa che si dislocherà nelle acque innanzi alla Siria possiamo ben comprendere l’importanza e la gravità di una dichiarazione siffatta.

Ma ritorniamo alla questione europea. La commissione ha davanti a sé la possibilità di non compiere di nuovo l’errore che ha compiuto nei confronti della Grecia. Ossia di disconoscere le specificità nazionali e di ampliare il divario che si sta via via allargando tra l’Italia e l’intero Consiglio europeo. Divaricazione che dopo la Brexit potrebbe veramente essere fatale per l’Europa perché ciò che l’Europa regge oggi è appunto la triangolazione a geometria variabile tra Germania, Francia e Italia. Tutto il resto è secondario e non c’è grappolo di nazioni che possa sostituire in Europa l’instabile equilibrio di pesi e di rilevanze che quella triangolazione esprime. Se quella triangolazione si rompe a rompersi è l’Europa tutta come progetto istituzionale. Per questo è facile prevedere che l’Italia, Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan questa volta l’avranno vinta e la Commissione approverà la nostra legge di stabilità.
Ma non facciamoci illusioni. Strappare una vittoria nel bel mezzo di una crisi internazionale, le cui nubi si addensano sul Mediterraneo, può rivelarsi una vittoria di Pirro se non si coglie l’occasione di riscrivere tutte le regole europee a cominciare dal Fiscal compact e da quelle assurde regole sul debito che minacciano di far crollare il mondo, non solo l’Europa.

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