Kurz: «Dobbiamo difendere i confini, rimandare a casa i migranti irregolari»

Domenica 26 Agosto 2018 di Flaminia Bussotti
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Kurz: «Dobbiamo difendere i confini, rimandare a casa i migranti irregolari»

La parabola politica di Sebastian Kurz, 32 anni domani, non ha eguali: a 25 sottosegretario, a 27 ministro degli Esteri e da dicembre 2017 cancelliere a 31 anni. Non avendo il suo partito Övp (Ppe a Strasburgo) la maggioranza assoluta, si è alleato con la Fpö di estrema destra. Alleanza che gli è valsa molte critiche. L’intervista con il Messaggero si è svolta al Ballhaus, la storica cancelleria che ospitò anche il principe Metternich. Come stanza di lavoro ha preferito però quella di un altro storico predecessore: Bruno Kreisky. Kurz incarna la quintessenza dello spirito viennese: modi squisiti, fare cerimonioso, eloquio garbatamente elusivo. Sembra la reincarnazione del tenente von Trotta nel magistrale affresco sulla monarchia asburgica “La marcia di Radetzky” di Joseph Roth. È stato fra i primi a criticare la Merkel sulla migrazione e il suo disegno è cambiare l’Austria. Molti scommettono che sarà a lungo il dominus della scena politica nazionale. Altri non escludono un brusco capitombolo se il partito, stanco del suo protagonismo, gli volterà le spalle.

Dopo la Diciotti, lei ha proposto la chiusura di tutti i porti Ue. La chiusura dei confini è la soluzione? Rimandare i migranti in Libia? Lasciarli affogare sarebbe oltretutto una violazione del diritto marino.
«Sarebbe non solo una violazione del diritto del mare ma anche una inconcepibile vergogna e una catastrofe morale. Per noi l’importante è che finiscano le morti nel Mediterraneo. La politica dell’accoglienza illimitata in Europa non ha diminuito i morti ma li ha fatti aumentare perché sempre più gente si è messa in moto, i trafficanti hanno aumentato i guadagni e i morti nel Mediterraneo sono aumentati. Con la svolta nella politica migratoria nell’Ue per fortuna ora muoiono meno persone. L’Austria è fra i Paesi che ha accolto più profughi. Ci battiamo per una soluzione europea che per me vuol dire difesa dei confini esterni, più aiuti sul posto, accoglienza legale attraverso i resettlement di coloro che noi vogliamo accogliere. Ma chi arriva illegalmente, dopo essere stato salvato, deve essere rimandato nel Paese di transito o di provenienza per poter mettere fine al mercato dei trafficanti».
 
L’Austria svolge temporaneamente il ruolo di presidente della Ue e il motto è “Europa che protegge“. Brexit, bilancio e migrazione in agenda: i paesi hanno posizioni diverse spesso opposte. Come raggiungere la quadratura del cerchio? Che risultato spera di ottenere al Consiglio del 20 settembre a Salisburgo: un documento comune? La revisione di Dublino?
«Non esistono soluzioni facili o veloci e la presidenza Ue ha possibilità molto limitate ma faremo del nostro meglio. Serve più unità. Vorrei una Ue dove il Nord non se la prende col Sud e l’Ovest non inveisce contro l’Est, e viceversa. Una Ue meno divisa che accetti di essere unita nelle diversità. Quanto al Consiglio del 20 mi aspetto si prosegua con la svolta di giugno. Ho lottato anni per un cambio di mentalità nella politica migratoria. Ovvero, anziché lasciare soli i singoli paesi, una soluzione comune; anziché una politica dei confini aperti, rafforzamento di Frontex; anziché accoglienza illimitata, lotta all’immigrazione illegale e più aiuti sul posto. La svolta impressa a giugno deve tradursi sul territorio, passo dopo passo, a cominciare da Frontex».

Lei viene paragonato a Macron: solo che per il presidente francese l’Europa è in cima all’agenda, mentre lei è amico dei paesi di Visegrad. Quale è la sua idea di Europa e dell’Austria nella Ue?
«È una impressione sbagliata. Non si tratta di farsi amico qualcuno, in Europa possiamo avere successo solo uniti. Per questo parlo anche con i partner dell’Est. Se non parliamo più dentro l’Ue dove arriveremo? E lo dico conscio delle divergenze su molte questioni. Voglio un’Europa della sussidiarietà, con più cooperazione sulle grandi questioni - politica di sicurezza, difesa, protezione dei confini esterni, politica monetaria e finanziaria, completamento del mercato interno – ma che si ritiri su questioni minori dove le regioni oltre agli Stati nazionali possono decidere meglio».

Il ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer vuole rimandare i profughi nei paesi di prima accoglienza. Con la Spagna ha raggiunto un accordo, e con l’Austria? Cosa farà Vienna se la Baviera rimanda indietro i migranti registrati in altro Paese? Li spedirà in Italia?
«Abbiamo chiarito la questione: l’Austria non solo ha quasi più profughi pro capite di tutti i membri dell’Ue, abbiamo assolto tutte le nostre responsabilità: non possiamo certo accollarci quelle per le quali non siamo responsabili. Ripeto, il tema è stato chiarito».

Quindi c’è accordo?
«No, non c’è un accordo con Seehofer, ma noi ci atteniamo agli accordi esistenti di Dublino».
Cioè, vanno rimandati indietro?
«Sì».

In caso di necessità conferma l’opzione di una chiusura del Brennero o il rafforzamento dei controlli?
«Se si verificheranno situazioni di emergenza, i governi sono chiamati ad agire, ma il nostro obbiettivo deve essere un’Europa senza confini interni, con confini esterni che funzionino. Per questo mi batto».

Il suo governo vuole la doppia cittadinanza per gli altoatesini. Dite di volere un accordo con l’Italia. Ma Roma è contro, Vienna a favore: quale può essere la soluzione? Andrete avanti anche contro Roma?
«Parliamo di doppia cittadinanza nello spirito delle regole dell’Unione europea. I governi del Sud Tirolo, Tirolo e Trentino sono cresciuti assieme con la crescita dell’Europa ed esiste un vivo scambio a vantaggio di tutti. La doppia cittadinanza di per sé non può essere vista male dall’Italia perché pure lei l’ha adottata in alcune regioni, in Slovenia, ma in ogni caso procederemo concordando i prossimi passi con l’Italia».

Su migrazione e doppio passaporto il premier Conte si è fatto vivo con voi. Con chi parla del tema, direttamente con lui, o Kompatscher? O è materia dei ministri degli interni, Kickl e Salvini?
«Ci sono chiare competenze e interlocutori. Il tema principale su cui siamo in contatto con l’Italia è la migrazione. Conte è il mio interlocutore diretto».

Lei critica la politica di Angela Merkel sui profughi, ha chiuso la rotta balcanica, ha buone relazioni con la Russia, ottime con i 4 di Visegrad. È realpolitik, solo critica all’Ue o ambizione a fare da mediatori con Mosca?
«L’Austria sta nel cuore dell’Ue, è fermamente ancorata in Europa occidentale ma ha da sempre buoni contatti con l’Est e ciò ci consente di fare da ponte nell’Ue, lo riteniamo un nostro compito. Il mio obiettivo è che le tensioni diminuiscano perché solo uniti possiamo essere forti come Unione europea. Con la Russia, la posizione dell’Europa è chiara: ci sono sanzioni per violazione del diritto internazionale per l’aggressione all’Ucraina, ma crediamo anche sia importante tenere aperto il dialogo nella speranza di arrivare a medio termine a una migliore convivenza sul nostro continente».

Seguite però una strada diversa dall’Ue: Putin era anche alle nozze della ministra degli esteri Kneissl. Una visita in piena presidenza molto criticata. Putin è stato considerato un amico di famiglia oppure una sorta di cavallo di Troia?
«Le sanzioni contro la Russia sono state rinnovate e l’Austria le appoggia perché non ci sono progressi nell’Ucraina dell’est e in Crimea. L’invito a Putin è stata una decisione della coppia di sposi».

Con Israele ci sono tensioni evidenti: una posizione infelice per il paese che ha raccolto l’eredità di Kreisky.
«Non è vero, il premier Netanyahu durante la mia visita in Israele ha avuto parole di gratitudine, entusiastiche, non si può certo parlare di tensioni. L’Austria è uno dei partner più stretti di Israele nell’Ue e da quando sono cancelliere ancora di più. La nostra responsabilità verso Israele a causa del nostro passato è solo ragion di Stato, siamo un partner forte in Europa».

Ma i ministri della Fpö non vengono ricevuti da Netanyahu.
«Israele ha delle riserve sulla Fpö, ma non cambia nulla nel rapporto con me e l’Austria».

La Fpö è suo partner di governo. La Övp è costretta a compromessi, ad esempio su diritti civili, antisemitismo e conti col passato? O anche il suo partito sta dirottando verso il populismo?
«Noi abbiamo vinto le elezioni ma senza maggioranza assoluta era necessaria una coalizione. Abbiamo un accordo di governo e portiamo professionalmente avanti il programma. La direzione è chiara: riduzione del carico fiscale, più sicurezza e ordine, lotta ai troppi regolamenti e assicurare un massimo di libertà alla gente. Su antisemitismo e atteggiamento verso il nostro passato non c’è posto per compromessi. Questo governo ha verso Israele una posizione più ferma di tutti i precedenti. Sulla lotta all’antisemitismo abbiamo misure molto decise, bisogna fare di più a livello europeo perché un’Europa dove gli ebrei non si sentono più sicuri non può essere la nostra Europa. È intollerabile che in molti Paesi europei gli ebrei se ne vadano perché non si sentono più sicuri. Offriamo la cittadinanza austriaca ai figli delle vittime della Shoah. È un gesto simbolico ma per noi molto importante che penso avrebbe dovuto essere fatto molto tempo fa».
 

Ultimo aggiornamento: 21:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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