Lotta al terrore/ Quali interessi frenano l’intervento contro la jihad

di Alessandro Campi
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Venerdì 22 Maggio 2015, 22:47 - Ultimo aggiornamento: 23 Maggio, 00:03

Lo Stato islamico, sebbene oggetto da mesi di attacchi aerei da parte di una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti e comprendente quasi sessanta Paesi, continua ad avanzare in Iraq e controlla ormai metà del territorio siriano, avendo appena conquistato la zona - strategica nell’ipotesi di un attacco in direzione di Damasco - dove sorge il sito archeologico di Palmira.

Dinnanzi ad un simile scenario, il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, ha chiesto ieri un cambio di passo e invocato una nuova strategia di contrasto armato nei confronti dell’Isis. Il vice premier iracheno, Saleh Mutlek, intervenendo al World Economic Forum in Giordania, è stato più chiaro: ha espressamente sollecitato un intervento militare con truppe di terra per evitare che i miliziani del califfato, dopo aver già conquistato la città di Ramadi, arrivino a controllare l’intera provincia irachena di Anbar.

La prossima tappa di quest’avanzata, circa cento chilometri da Ramadi, sarebbe Baghdad. Ma non si chiede, con sempre maggiore insistenza, di intervenire solo in Siria o in Iraq. C’è chi vorrebbe farlo, sempre ricorrendo alla forza, anche in Libia. Nel primo caso si tratta di arrestare l’avanzata militare degli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi, che ovunque si insediano producono fughe in massa della popolazione, si abbandonano a spettacolari vendette contro gli avversari e distruggono il patrimonio storico-artistico.

Nel secondo, l’obiettivo è fermare i trafficanti che gestiscono le partenze dei clandestini verso le coste dell’Italia (e dunque verso l’Europa). Due realtà intrecciate tra di loro, due facce di uno stesso scenario di crisi, se è vero che il grosso degli immigrati che si avventura in mare non scappa in questo frangente storico dalle carestie e dalla fame, ma dalle distruzioni e dal caos che i conflitti armati stanno producendo in tutta l’area mediterranea e medio-orientale. Smorzare o depotenziare questi conflitti significherebbe anche ridurre entro limiti fisiologici le ondate migratorie.

Il problema, rispetto a queste crescenti invocazioni di un intervento armato in queste zone del mondo, è però capire quanto possano essere prese sul serio. Chi dovrebbe intervenire, contro quale nemico, con quali amici al fianco, con quali dispiegamento di mezzi, per quanto tempo, per fare esattamente cosa, con quale obiettivo politico-militare? Non siamo forse dinnanzi a proclami roboanti dietro i quali si nascondono, mescolandosi tra di loro, una sostanziale incapacità ad agire, un’assoluta indecisione sul da farsi e una profonda diversità di visioni e di interessi?

Tutti gli interventisti guardano, senza nemmeno nasconderlo, agli Stati Uniti, ma Obama ha detto chiaramente di non voler dispiegare truppe americane contro l’Isis in territorio iracheno. Gli attacchi aerei massivi, le forniture di missili all’esercito regolare di Baghdad e le eliminazioni mirate di terroristi eccellenti (come quella recente di Abu Sayyaf, responsabile del contrabbando di petrolio per contro degli jihadisti), sono considerati da Washington interventi sufficienti ad indebolire la struttura organizzativa del califfato. Così come ha escluso un intervento diretto contro il regime siriano di Assad: la sua caduta in questo momento farebbe definitivamente il gioco dell’Isis ma soprattutto indispettirebbe l’Iran, storico alleato della Siria in virtù della comune matrice sciita e con il quale gli Stati Uniti hanno avviato da mesi un delicato negoziato sul nucleare. C’è chi considera quest’atteggiamento miope e rinunciatario. In alcuni casi sono gli stessi che in passato, dopo i loro interventi in Iraq e Afghanistan, hanno accusato gli Stati Uniti di comportarsi in modo aggressivo e irresponsabile.

La verità è che il caos in Libia, in Siria e in Iraq, che tanto impensierisce gli europei, questa volta non viene considerato dagli americani una minaccia esplicita alla loro sicurezza nazionale, tale da giustificare un coinvolgimento militare diretto in queste zone. Al tempo stesso, bisogna riconoscere che non è facile intervenire in un’area dove gli schieramenti tra contendenti non obbediscono ad una logica politica lineare. L’Isis è un movimento sunnita radicale avversato non solo dagli sciiti (a partire dall’Iran), ma anche da molti Stati arabo-sunniti, definiti impropriamente “moderati”, per la sua pretesa di voler rinstaurare un califfato sovranazionale che farebbe saltare, se mai dovesse consolidarsi, le dinastie, i clan e i potentati che attualmente regnano nella gran parte dei Paesi islamici.

Ma l’Isis, nonostante ciò, gode dell’appoggio nemmeno troppo occulto di due potenze anch’esse sunnite quali la Turchia e il Qatar: Paesi che si continua a classificare come amici o alleati dell’Occidente se non fosse che essi hanno stretto un’alleanza in virtù della quale vanno offrendo sostegno finanziario e militare esattamente ai nemici degli Stati Uniti e dei loro alleati, dalle milizie islamiche in Libia (e dal governo cosiddetto di Tripoli da queste ultime influenzate) ai Fratelli musulmani in Egitto, dagli jihadisti che in Siria combattono contro Assad ai miliziani di Hamas nella Striscia di Gaza.

All’interno di questo puzzle è grande il rischio di scegliersi i nemici (e gli amici) sbagliati, come già altre volte è successo. Per gli Stati Uniti lo “stato canaglia” per eccellenza rimane l’Iran sciita. Il buon senso, prima della geopolitica, dice che forse bisognerebbe guardarsi anche dal doppio gioco di alcuni Stati arabo-sunniti. Ma ancora più vero è che nessuna azione militare, per quanto su grande scala e condotta con vasti mezzi, può produrre risultati apprezzabili se non è finalizzata al perseguimento di un preciso obiettivo strategico e se chi la mette in atto non è in grado di calcolare bene gli effetti delle sue azioni. Abbiamo visto, nel recente passato, quali nefaste conseguenze sugli equilibri politici dell’area e per riflesso mondiali abbia prodotto la scelta interventista della Francia e della Gran Bretagna contro il regime di Gheddafi. Si è abbattuto un tiranno, col pretesto di riportare la libertà in quella terra ma avendo di mira obiettivi ben più prosaici, per averne in cambio uno stato di guerra permanente.

Chi oggi parla, persino in buona fede e non senza ragioni, di un intervento militare diretto per fermare l’Isis o per aiutare la Libia a stabilizzarsi cosa ha in testa esattamente? Lo guida la paura, la risolutezza o lo spirito di improvvisazione? Soprattutto ha chiaro il prezzo politico che si deve essere disposti a pagare per una simile scelta? Oppure ci si dichiara pronti a intervenire con la segreta speranza che siano gli altri a farlo per noi?