La lotta all’Isis/Svolta in Libia, firmata l’intesa: governo unitario

Venerdì 18 Dicembre 2015 di Giulio Sapelli
L’accordo di pace libico firmato ieri a Skhirat, in Marocco, sotto l’egida dell’Onu e grazie alla forte spinta propulsiva dell’Italia, prevede un nuovo e unico governo di unità nazionale che guiderà il Paese fino alle prossime elezioni, che dovrebbero tenersi fra un anno. Una svolta importante per porre fine al conflitto fra Tripoli, dominata dagli islamisti, e Tobruk, la cui assemblea è legittimata dalla comunità internazionale.

Tutto ciò non sarebbe potuto succedere senza l’iniziativa governativa italiana d'indire una Conferenza sul Mediterraneo presso la Farnesina a Roma.
È stata la soluzione vincente che dalle colonne di questo giornale si è per lungo tempo invocata. Anzi, i pericolosi tentativi degli inviati internazionali e delle trattative a due o a tre sulle parti avrebbero dovuto essere abbandonati già da tempo.

Si trattava di un modo di condurre il gioco diplomatico che non solo ha sfidato ogni buon senso, ma ha privato i tentativi di soluzione della questione più grave dell’area nord africana di quella che è la forza vera della diplomazia così come si è consolidata nel corso di un lavoro secolare interstatuale.
Le conferenze internazionali hanno infatti il gran dono della multilateralità, ossia del confronto simultaneo tra tutte le parti, sicché esse possano trovare sia la possibilità di agire nel contesto del sistema delle rilevanze della potenza che viene disvelandosi durante i colloqui sulla base dei rapporti storici tra le parti; ma soprattutto consente di attivare i principi di compensazione e di mediazione tra gli interessi intesi nella loro reciproca multifattorialità, sicché il gioco alla fine non è mai a soma a zero. Tutti gli attori, invece, devono trovare sempre un contrappeso o uno scambio politico che garantisce di contro la vittoria di alcuni interessi su un altro, non bloccando mai per lunghi periodi i negoziati.

L'Italia ha costruito un capolavoro di mediazione e ha innescato un confronto diplomatico che è destinato a fare scuola. Il fine ultimo è lo state building, ossia la costruzione di un sistema istituzionale più stabile e affidabile quanto più possibile e utile per tutte le parti. 
Quest’ultimo è l’unico riconosciuto a livello internazionale; ma vi sono poi altre realtà autonome locali, in forte contrasto con quelle di Sirte (Isis) che stanno cercando di penetrare sempre di più nel paese dove già oggi fanno sentire fortemente la loro presenza. E dunque, la radice storico-tribale dell’aggregazione umana pluristabile che Gheddafi aveva costruito dopo il colpo di Stato che l’aveva portato al potere, deve poter riemergere lentamente.

È indubbio che le forze che garantiscono dell'affidabilità delle parti sono, per Tobruk, soprattutto l’Egitto, in grande ascesa e con cui l'Italia ha coltivato rapporti consolidatisi alla massima potenza dopo la formidabile scoperta sismo-geologica dell’Eni in acque egiziane. Turchia e Arabia Saudita garantiscono per Tripoli, ma qui i giochi sono assai più difficili viste le implicazioni, sicché la mediazione diplomatica deve subito far sentire tutto il suo peso. Da questo punto di vista è una benedizione che Bernardino Leon, l'inviato dell'Onu che si è scoperto non essere esente da interessenze personali proprio nei confronti delle potenze del Golfo, sia stato sostituto da un grande professionista con una brillante carriera diplomatica nei punti caldi della nostra area di crisi come lo è il tedesco Martin Kobler. Ma la nomina di Kobler è quanto mai provvidenziale anche per un'altra questione. Chi controlla oggi i confini sud della Libia sono le stesse forze che controlla - dopo lo sciagurato intervento franco-americano - il Fezzan, ossia la Libia del Sud al confine del Mali in cui si sono asseragliati con rapide escursioni tanto i berberi storici alleati di Gheddafi quanto i Tuareg: gli uomini blu che continuano a combattere anche in Centro Africa contro tutti coloro che, dall'Isis alle tribù ostili, essi reputano nemici.

Oppure amici, in base appunto a quel sistema variabile di potenza che sempre si determina su scala regionale quando la pace è muta e la lotta invece parla, pur con le sue diverse lingue e le sue diverse figure.
Non si può, insomma, risolvere il caso libico senza integrare le volontà di potenza, e di pace insieme, di tutto un reticolo fitto di tribù che bisogna conoscere come lo conosciamo noi italiani, e con cui è necessario saper dialogare in modo da vincere molte delle mute ma ostinate resistenze dei francesi.
 
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