Politica e Isis/Così diminuirà l’influenza saudita in Medio Oriente

di Ennio Di Nolfo
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Domenica 17 Gennaio 2016, 00:10

Gli ostacoli creati dai conservatori iraniani o, negli Stati Uniti, dagli avversari di Obama, non sono riusciti a impedire l’accordo sul nucleare in Iran.È uno degli avvenimenti più importanti della diplomazia internazionale recente. L’isolamento economico e politico iraniano provocato dalle sanzioni imposte dall’Onu contro i progetti nucleari aveva una radice remota.

È uno degli avvenimenti più importanti della diplomazia internazion[/FORZA-RIENTR]ale recente. L’isolamento economico e politico iraniano provocato dalle sanzioni imposte dall’Onu contro i progetti nucleari aveva una radice remota. Risaliva infatti alla rivoluzione khomeinista del 1979, alla creazione in Iran di un regime semi-confessionale, anche se controbilanciato da istituzioni democratiche, ma soprattutto alla frattura che ciò aveva provocato con gli Stati Uniti, che da allora si erano posti alla guida del contenimento del regime khomeinista. 
La frattura si era fatta ancora più profonda e aveva investito in pieno le Nazioni Unite a partire dal 2002, quando la ricognizione satellitare confermava l’ipotesi che in Iran si stesse lavorando a impianti nucleari dall’uso magari pacifico ma forse anche militare. Questo era ben noto agli americani che, prima del 1979, dal 1974 avevano avviato in Iran lo studio per la costruzione di una centrale atomica, e che conoscevano dunque le potenzialità degli scienziati iraniani.

Nel 2002 si avvertì la portata di progetti che non erano stati abbandonati e che apparivano ora come una minaccia per la pace mediorientale e per l’esistenza di Israele (che frattanto si era dotato di un proprio, robusto arsenale nucleare). Ebbe inizio, poco dopo, l’imposizione di una serie di sanzioni sempre più severe, decise da singoli Stati o dalle stesse Nazioni Unite, come ritorsione per il fatto che le ispezioni dell’Aiea, dopo essere state accettate, venivano di fatto ostacolate dalle autorità iraniane. 
Si trattava di sanzioni che, per citarne solo una parte, riguardavano i rifornimento di armi ma soprattutto il congelamento di beni di soggetti o imprese che avevano un ruolo nei progetti iraniani poi, soprattutto, il blocco del trasferimento in Iran di componenti per la raffinazione e l’estrazione del petrolio e il congelamento dei beni della Banca centrale iraniana e il blocco delle transazioni finanziarie. 
 
Molti pensavano che quelle sanzioni non avrebbero avuto peso nelle decisioni iraniane. Durante la presidenza di Ahmadinejad (dal 2005 al 2014) la tensione crebbe con una certa isteria ma la contrapposizione provocò serie difficoltà per la crescita dell’economia iraniana, mettendo in difficoltà i più tenaci conservatori e spingendo al successo elettorale (nel giugno 2014) il presidente Rouhani, fautore di un compromesso tra l’Iran e le potenze che si erano assunte da diversi anni il compito di trovare una soluzione pacifica. Questa, senza legittimare le ambizioni estremistiche, avrebbe dovuto risolvere lo scontro che condizionava la politica mediorientale dell’Europa, degli Stati Uniti e di ogni altra potenza mondiale. Dopo tredici anni di negoziati, l’intesa venne infine raggiunta nell’aprile del 2015, firmata il 14 luglio con l’intesa che qualora da parte iraniana si fossero prese una serie di decisioni tali da escludere che in un ragionevole futuro questo paese divenga una minaccia nucleare, le sanzioni sarebbero state cancellate e l’Iran sarebbe potuto rientrare, con le sue risorse energetiche e produttive, nel mercato mondiale.

Questo processo si è concluso all’inizio di quest’anno e ciò ha reso possibile, proprio ieri, la dichiarazione formale della fine della politica sanzionatoria e l’avvio verso la normalizzazione. Non si tratta, è bene precisare, di un fatto marginale. Qualcuno si è precipitato a osservare che nei porti iraniani sono già disponibili 22 petroliere pronte a trasportare greggio iraniano. Ma nel clima di sovrapproduzione che si respira da qualche mese, l’aspetto petrolifero non appare quello centrale. L’importanza della svolta impressa della fine delle sanzioni è soprattutto politica e riguarda altri aspetti della vita interna e internazionale dell’Iran. Sul piano interno, essa rende possibile una crescita del Pil che migliorerà le aspettative delle legioni di giovani che dominano la demografia iraniana e ciò, con ogni probabilità, contribuirà a rafforzare il partito di Rouhani contro le numerose opposizioni. Su quello internazionale la novità propone mutamenti di grande portata. 

Sarebbe certo eccessivo immaginare che Obama, nell’ultimo anno della sua presidenza, possa trasformare l’isolamento iraniano in una rinnovata alleanza tra i due paesi. Tuttavia è difficile non capire che la nuova posizione iraniana apre al governo di Teheran spazi molto vasti, che prima gli erano preclusi. La posizione che l’Iran occupa nel sistema di stati che si trova a cavalo tra il Medio Oriente e l’Asia centrale è così ricca di opzioni operative che basta la sola fine dell’isolamento per far capire che da ora in avanti l’Iran ritornerà a essere una delle potenze dominanti tutta l’area. Lo farà in contrapposizione all’Arabia Saudita ma non tanto per la divaricazione religiosa (l’Iran è l’epicentro del mondi sciita e l’Arabia di quello sunnita), quanto per il ruolo che ciascuno dei due paesi potrà avere nelle partite aperte dalla guerra civile siriana e dalla nascita dell’Isis. Non si può trascurare il fatto che il radicalismo sunnita che sostiene l’Isis sarà più che bilanciato dalla forza militare dell’Iran sciita. Nuovi spazi, nuove possibilità, nuove ambizioni animeranno l’azione politica iraniana e avranno la forza di provocare profonde trasformazioni, ben difficili da contrastare.
 

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