Germania e dintorni/ Politica fragile, l’Europa unita solo nel pantano

di Alessandro Campi
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Martedì 21 Novembre 2017, 01:10

L’Europa degli Stati rischia la palude politica. La situazione dei singoli Paesi è di instabilità.
Se si guarda alla situazione interna dei singoli Paesi europei, in particolari quelli dell’area occidentale, l’impressione è infatti quella di una crescente instabilità, con governi che faticano a nascere o che si reggono su maggioranze parlamentari traballanti. In prospettiva, è l’Europa di Bruxelles che rischia la paralisi.
In Spagna i popolari, essendo minoranza nelle Camere, governano solo grazie all’appoggio esterno dei socialisti: una scelta fatta per evitare che si tornasse alle urne per la terza volta in pochi mesi. Il recente braccio di ferro che Mariano Rajoy ha ingaggiato con la Catalogna ha dato l’impressione che a Madrid sieda un esecutivo solido, ma è solo un effetto ottico. La gravità della crisi istituzionale ha fatto dimenticare che a scontrarsi sono state in realtà due minoranze, entrambe e diversamente nazionaliste. 

In Gran Bretagna i conservatori di Teresa May sono al picco dell’impopolarità. Ostaggio delle fazioni in lotta del suo partito, costretta ad affrontare continui scandali e defezioni tra i suoi ministri, alle prese con il complicato dossier sulla Brexit, la May paga soprattutto il fatto di aver perso le elezioni politiche anticipate che aveva voluto per il giugno 2017. Non avendo più una maggioranza parlamentare, adesso dipende dai voti del piccolo partito unionista nord-irlandese. 

In Austria, dopo il voto di metà ottobre che ha sancito la vittoria alle urne del giovane Sebastian Kurz, ancora non c’è un governo. Si sta lavorando ad una coalizione tra popolari e nazional-populisti, ma la strada sembra ancora lunga. Kurz ha fatto aperture consistenti alla destra in materia di immigrazione e di controllo delle frontiere, ma non se la sente di cedere sul tema dell’unità europea. Restano dunque grandi incognite. L’unica certezza è che è finito per sempre il modello di gestione consociativa del potere tra popolari e socialisti che ha caratterizzato per decenni la democrazia austriaca. 

In Germania – altro Paese dove per anni ci si è basati sulla formula di governo della “grande coalizione” tra centro moderato e sinistra riformista – sono appena fallite le trattative che avrebbero dovuto far nascere un esecutivo guidato per la quarta volta dalla Merkel e sostenuto, questa volta, da cristiano-popolari, social-cristiani, liberali e verdi. Da ieri, dopo che i socialdemocratici hanno rinnovato il loro rifiuto a qualunque intesa con la Merkel, si va facendo concreta l’ipotesi di un ritorno al voto.

L’Italia, infine. Ci si appresta alle elezioni politiche dopo una legislatura travagliata, che ha visto alternarsi ben tre governi, ma lo si farà con una legge elettorale da cui probabilmente non scaturirà alcuna maggioranza stabile o omogenea. E già si parla di un esecutivo tecnico, di varie ipotesi per un governo di larghe intese, di un possibile governo di minoranza o, anche da noi, di nuove consultazioni. 
L’unica nazione che in questo frangente sembra non avere problemi è la Francia: Macron governa dall’Eliso avendo una vasta base parlamentare, un buon consenso popolare e una piena legittimità, anche se il prezzo pagato per la sua trionfale vittoria è stato l’azzeramento dei partiti tradizionali, la crisi delle culture politiche che essi esprimevano e la nascita di un regime personalistico che sembra andare ben oltre il tradizionale presidenzialismo costituzionale della Quinta Repubblica.

Il caso tedesco è ovviamente quello che al momento preoccupa di più. Per essere il Paese leader dell’unione europea, quello che politicamente ed economicamente detta la linea all’intero continente, l’idea che la Germania possa tornare alle urne suona come qualcosa di inusitato e, al tempo stesso, di allarmistico. Sembra la fine di un ciclo storico segnato da una grande stabilità istituzionale e da una conseguente forza decisionale. Tra l’altro (lo insegna il caso della Spagna) il rischio serio è che gli elettori, chiamati nuovamente ad esprimersi, non modifichino in modo sensibile i loro orientamenti o, peggio, che diano il loro consenso ai partiti più radicali o a quelli che percepiscono come più radicalmente alternativi rispetto al passato. 

Viene da chiedersi che cosa sta accedendo alle nostre democrazie. Siamo nel mezzo di una congiuntura particolarmente sfortunata e negativa o sono in corso processi, le cui cause in parte ancora ci sfuggono, destinati a modificare in modo significativo il funzionamento e gli equilibri dei nostri sistemi politici? 
Alcuni segnali di cambiamento sembrano abbastanza evidenti. Ad esempio, la fine sul piano dei valori e delle idealità delle famiglie politiche ottocentesche. La metamorfosi strutturale e funzionale dei partiti (che non sono più deboli, come solitamente si dice, ma semmai sempre più incistati nella sfera del potere pubblico e, al tempo stesso, sempre più sotto il controllo di ristrette oligarchie). La stabilizzazione elettorale di partiti e movimenti, quelli cosiddetti populisti, che ci ostiniamo a definire di protesta ma che in realtà spesso sono l’espressione di una visione della democrazia alternativa a quella rappresentativa tradizionale e di un diverso modo di intendere la partecipazione politica. Il declino funzionale e la perdita di ruolo simbolico delle assemblee rappresentative. Il diffondersi di forme di comunicazione politica che hanno modificato in modo probabilmente irreversibile le forme classiche della mediazione sociale e politica.

La crescente difficoltà dei governi, a causa dei vincoli finanziari e delle regole di sistema (in primis europee) che ne limitano l’azione, a rispettare gli impegni elettorali e i programmi per cui sono stati votati, con l’innescarsi inevitabile di sentimenti di delusione da parte degli elettori.
Il risultato di tutto ciò è quello che vediamo sotto i nostri occhi: sistemi partitici vieppiù frammentati, governi instabili o precari, elettorati che manifestano una crescente disaffezione verso le istituzioni e la politica in tutte le sue forme. Una febbre delle democrazie che si pensa di curare – come si sente dire in Germania in queste ore – portando eventualmente gli elettori al voto ad oltranza, senza rendersi conto che inflazionando la volontà popolare la classe politica da solo prova ai cittadini di non essere all’altezza delle sue responsabilità e non fa che alimentare il circolo vizioso che dalla sfiducia porta alla delegittimazione e alla slealtà.
 

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