Dopo il caso Embraco/ Se il costo del lavoro divide l’Europa

Domenica 25 Febbraio 2018 di Romano Prodi
Il caso della delocalizzazione dello stabilimento dell’Embraco dal Piemonte verso la Slovacchia pone problemi non certo nuovi ma che mai sono stati affrontati alle radici. 

Il primo aspetto, contro cui si è giustamente scagliato il ministro Carlo Calenda, riguarda l’arrogante comportamento dell’impresa multinazionale proprietaria dell’azienda. La decisione di chiusura totale dell’impianto italiano è stata decisa con tempi e modi tali da rendere addirittura impossibile l’apprestamento delle misure previste dalla nostra legislazione a sollievo dei lavoratori colpiti. Sotto quest’aspetto l’irritazione italiana è completamente giustificata.
Il caso Embraco apre tuttavia problemi di portata ancora più ampia riguardo alle regole che guidano la concorrenza fra i diversi Paesi appartenenti all’Unione Europea. Non solo nei confronti dei Paesi che non adottano l’euro, come Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Romania, ma anche di quelli ( come è il caso della Slovacchia) che fanno parte della moneta comune.

Sarà naturalmente prioritario verificare se nel caso in questione ci siano stati aiuti di Stato illegittimi, cioè non permessi dalle regole europee. Su questo punto la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager ha promesso di fare completa luce. 
Perché, come lei stessa ha dichiarato, il suo compito è quello di fare rispettare le regole e assicurare che le occasioni di lavoro non si spostino ma si creino.

Accanto all’approfondimento del capitolo degli aiuti di Stato si collega immediatamente il problema della legittimità della concorrenza fiscale che, con aliquote tendenti allo zero, distorce in modo ormai patologico il ruolo di alcuni membri dell’Unione Europea, a cominciare dall’Irlanda per proseguire poi con Bulgaria e Ungheria. Tutto ciò riguarda anche l’Embraco ma in modo non decisivo, dato che, in questo caso, la differenza dell’imposta sulle società appare abbastanza modesta. L’aliquota è infatti del 24% in Italia e del 21% in Slovacchia.
Il trasferimento dal Piemonte alla Slovacchia è perciò conseguenza quasi esclusiva della differenza del costo del lavoro, che si avvicina ai 28 euro all’ora in Italia (leggermente superiore alla media europea) ma che supera appena i 10 euro in Slovacchia e che è ancora meno in Polonia, Ungheria, Romania e Bulgaria.

Differenze che erano tollerabili nei primi anni di ingresso di questi Paesi nell’Unione quando differenti erano i prodotti e le tecnologie adottate nei diversi Stati ma che non lo sono più oggi quando gli impianti produttivi sono identici ovunque agiscano le imprese multinazionali.

L’unico criterio di scelta diviene il costo del lavoro. La definizione di “dumping sociale” descrive perciò meglio di ogni altro termine il tipo di concorrenza di fronte alla quale ci si trova nei mille casi di Embraco che accadono in Europa e nel mondo.

Un problema difficilissimo da affrontare ma che non può essere ignorato se vogliamo che i positivi frutti della globalizzazione e i grandi vantaggi dell’Unione Europea vengano vanificati.
Le conseguenze sono già drammatiche: da più di trent’anni assistiamo infatti ad una continua restrizione della quota di reddito che va ai lavoratori. Tutto ciò sta aumentando oltre ogni limite le differenze fra ricchi e poveri nel mondo e costituisce addirittura un ostacolo all’aumento dei consumi che sostengono lo sviluppo dell’economia globale.
Gestire questo problema è una sfida difficilissima a livello globale ma può e deve essere affrontata a livello europeo, anche se il processo di armonizzazione dovrà procedere con i tempi necessari, tenendo conto di situazioni particolari, come quelle messe recentemente in rilievo da Macron quando ha posto all’ordine del giorno un aspetto particolarmente odioso, cioè quello dei lavoratori dipendenti da imprese a basso costo del lavoro (soprattutto dell’Est) che vengono temporaneamente mandati ad operare nei paesi ad alto costo (come Germania, Francia e Italia) conservando lo stesso trattamento salariale e normativo dei Paesi di origine. Su questo tema si è trovato un compromesso riducendo il periodo di tempo in cui può essere concesso questo distacco e rafforzando alcuni diritti di questi lavoratori. Si tratta evidentemente di un aspetto di importanza particolare ma che ci indica le vie possibili per evitare che l’economia europea venga dominata e frammentata dal dumping salariale oltre che da quello fiscale.

A questo punto si apre tuttavia un problema di carattere molto più vasto e generale perché la sottovalutazione del lavoro sta diventando una pratica sempre più diffusa, con contratti di sempre minore durata, con una precarietà crescente e con livelli di remunerazione miserevoli. Se vogliamo un’Europa che ci aiuti ad affrontare con maggiore umanità ed equità i problemi della globalizzazione dobbiamo quindi iniziare col porre il problema del lavoro come assolutamente prioritario nella nuova agenda europea. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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