Duma resta una città fantasma: negato l’ingresso agli ispettori

Martedì 17 Aprile 2018 di Alessandro Orsini
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Il lancio dei missili contro la Siria, anziché scatenare la controffensiva di Putin, potrebbe favorire il dialogo tra le grandi potenze.
L’ipotesi prende piede con il passare delle ore. Dopo sette anni di guerra, Putin e Trump stanno prendendo atto che nessuno dei due può vincerla. Gli Stati Uniti non possono eliminare la presenza russa dalla Siria e la Russia non può eliminare quella americana. Sembra tutto molto razionale: siccome nessuno può vincere, tutti hanno un interesse a sedersi intorno a un tavolo. Peccato che la realtà sia molto più complessa. La guerra in Siria rappresenta, infatti, una delle forme più pure di impazzimento della politica internazionale, per tre ragioni fondamentali. 

La prima è che la guerra non dipende soltanto da Putin e Trump, ma da dodici attori politici. Oltre alle milizie jihadiste, i blocchi sono due. Il primo è composto da Russia, Iran e milizie sciite di Hezbollah; il secondo da Stati Uniti, Turchia, Israele, Qatar, Arabia Saudita, Francia, Gran Bretagna e milizie curde. Tali attori hanno obiettivi diversi e questo rende molto difficile il raggiungimento di un accordo. 
Una volta chiarita la prima ragione dell’impazzimento della politica internazionale in Siria, veniamo alla seconda, che riguarda Putin. Che cosa vorrebbe il presidente russo per fare uno sforzo in favore della pace? Vorrebbe ricondurre la Siria alla condizione iniziale, che era quella di un Paese stabile e unito sotto il dominio della Russia. Il fatto che Putin abbia un’ambizione così grande, dopo sette anni di devastazioni, rende complicata la pace. 

Vi è una terza ragione che spiega perché la Siria è un Paese difficile da pacificare: nessuno riesce a capire ciò che Trump vuole. Fino a qualche giorno fa, la sua strategia sembrava chiara: impossessarsi di un pezzo di Siria per stabilire un presidio militare permanente in quel povero Paese. La Casa Bianca aveva celebrato la presenza di duemila soldati americani a Manbij, nel nord della Siria, assicurando che non sarebbero mai più andati via. Ma poi Trump ha dichiarato di voler ritirare tutti i soldati. Quest’affermazione è stata più volte smentita e confermata dalla Casa Bianca. Lo stesso Macron, dopo il lancio dei missili contro Assad, aveva dichiarato baldanzoso: “Ho convinto Trump a non ritirare i soldati americani dalla Siria”. Il presidente americano ha però smentito Macron, ribadendo la sua intenzione di ritirare i soldati americani, senza chiarire quale sarebbe la finalità di una simile mossa.

È noto che il governo italiano ha rifiutato di partecipare al bombardamento della Siria. È stata una scelta saggia. Il lancio dei missili ha provocato un inasprimento della guerra. In queste ore, Assad si appresta a scagliare una terribile offensiva contro i ribelli, mentre le milizie sciite di Hezbollah si avvicinano al confine con Israele. 
Per poter avviare il percorso verso la pace, devono verificarsi tre condizioni. La prima è che Putin riduca le sue ambizioni: non può ottenere ciò che desidera. La seconda è che Trump scelga una linea e la mantenga: non è possibile fare accordi con un capo di Stato che non chiarisce le condizioni per un accordo e che smentisce continuamente ciò che dice. Infine, è necessario che Trump e Putin si impongano nei confronti dei rispettivi alleati, che sono numerosi e riottosi. Non si tratta di un problema secondario. 
Quando Putin e Trump si accordarono per una tregua, Israele e la Turchia risposero che la tregua valeva per tutti, ma non per loro che, infatti, continuarono a sparare. Eppure, la tregua era stata votata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, il 24 febbraio 2018. Come appare evidente, la pace, almeno per ora, sembra essere lontana. La scelta dell’Italia di non partecipare all’azione militare contro la Siria è stato il modo migliore di stare vicino alla popolazione siriana.

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