Catalogna, secessione più lontana per i rischi economici

Catalogna, secessione più lontana per i rischi economici
di Mauro Evangelisti
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Venerdì 22 Dicembre 2017, 08:23

Il futuro della Catalogna resta incerto e tempestoso. Il blocco indipendentista, pur perdendo in percentuale ma non in voti per l'affluenza altissima, supera lo scoglio della maggioranza assoluta dei seggi (anche se non dei voti, i tre partiti secessionisti sommati valgono circa il 47,5 per cento). Ha 70 eletti, ne bastavano 68. Con una incognita inedita: come faranno ad andare materialmente in Parlamento Forn, Junqueras e Sanchez che sono in carcere o anche lo stesso Puigdemont che è a Bruxelles? Una certezza, una volta per tutte, queste elezioni l'hanno confezionata: in Catalogna gli elettori a favore dell'indipendenza sono meno del 50 per cento e dunque la secessione e l'accelerazione di Puigdemont non aveva una maggioranza reale e solida di consensi.

Non a caso, ora nessuno parla più di processo unilaterale. Altro problema tecnico: per Puigdemont è un successo, la fuga e dunque la possibilità di fare campagna elettorale sia pure a distanza, ha pagato. Ma ora se vuole farsi eleggere presidente dal Parlamento deve tornare. E rischia l'arresto. Intervistato dalla tv pubblica, l'ex presidente ha parlato di vittoria della «Repubblica catalana sulla Monarchia del 155», non ha però risposto a chi gli chiedeva se sarebbe ritornato a Barcellona. Altra incognita, enorme: l'economia. Il processo indipendentista ha spaventato le imprese, in 3.000, alcune molto grandi, hanno trasferito la loro sede lasciando la Catalogna. Molti cittadini avevano prelevato i loro risparmi dalle banche catalane. L'occupazione e l'arrivo di turisti stanno diminuendo così come gli investimenti stranieri. L'idea che Puigdemont, malgrado l'applicazione di Rajoy dell'articolo 155 e gli arresti di parte del precedente governo catalano, possa tornare a fare il presidente potrebbe aggravare la situazione. Eppure, la vera vincitrice è Inés Arrimadas, 36 anni, leader del primo partito, Ciudadanos. Registra una crescita senza precedenti ma non ha alleati sufficienti per essere eletta presidente. Un paradosso, l'ennesimo in una terra che sembra destinata a non trovare un punto di equilibrio, moltiplicando le preoccupazioni per l'economia che già arranca.

OPERACION TRIUNFO
Ricapitolando: trionfa Inés Arrimadas, la ragazza dell'Andalusia, che ottiene 37 seggi, dieci in più della scorsa legislatura. Ha offerto una speranza a tutti i catalani che hanno mal sopportato il processo indipendentista. Tra di loro tanti figli di immigrati dal resto della Spagna che un tempo alle elezioni regionali non andavano a votare e che di fronte allo spettro della secessione ieri hanno aumentato l'affluenza a percentuali senza precedenti. Ciudadanos, o se preferite Ciutadans, è divenuto così il primo partito della Catalogna. Ti aspetti che sarà lei la presidente. Eppure, la debolezza delle altre forze unioniste, non le danno i numeri sufficienti ad essere eletta. Il Pp è crollato, cannibalizzato da Ciudadanos e probabilmente penalizzato dal fatto che Rajoy è colui che ha applicato l'articolo 155: perde quasi due terzi dei seggi, passando da 11 a 3. Il Partito socialista catalano, che ha vissuto giorni travagliati perché una parte dei militanti ha mal digerito l'appoggio a Rajoy e all'applicazione dell'articolo 155, ha tenuto grazie al suo leader, Miquel Iceta, che ha trasmesso messaggi di riconciliazione e buon senso.

NUMERI
I socialisti ottengono i 17 seggi. Morale: sommando i 37 di Ciudadanos con quelli di Psc e Pp si resta lontano dai 68 necessari. In mezzo c'è il partito di Ada Colau, Catalunya en Comù, formazione di sinistra ma contraria alla secessione, la cui ambiguità nei giorni successivi al referendum, ha causato una perdita di seggi: si ferma a quota 8. Non avrà quel ruolo decisivo a cui puntava.

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