Regione lacerata/ Dopo gli errori la secessione è più lontana

di Lucio Sessa
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Venerdì 22 Dicembre 2017, 00:09

Il primo dato certo di queste elezioni in Catalogna è l’aumento della percentuale di votanti, che ha superato l’82%.
Cinque punti percentuali in più delle elezioni del 2015. Tale aumento dei consensi era auspicato dal blocco costituzionalista, posto che, quando si attivano gli «astensionisti abituali», si attiva una parte della cosiddetta maggioranza silenziosa, che generalmente vota per il mantenimento dello status quo, e quindi, si presupporrebbe, contro la «avventura indipendentista». L’altro dato certo è che le operazioni di voto si sono svolte nella massima tranquillità. 

I primi exit poll dànno Ciudadanos come il partito più votato, e se il dato fosse confermato sarebbe la prima volta che un partito non catalanista conquisterebbe la maggioranza relativa. Il partito di Inés Arrimadas viene accreditato di 35 seggi circa, con le oscillazioni del caso, e sarebbe un’affermazione notevole, visto che due anni fa si era fermato a 25. L’altro partito governativo e costituzionalista, il Partido Popular di Rajoy, capeggiato in Catalogna da Albiol, dovrebbe essere l’ultimo partito del Parlament, con un pugno di seggi. (Va precisato che gli exit poll alle ultime elezioni politiche generali spagnole fallirono in modo abbastanza clamoroso, ma è su questi che dobbiamo ragionare). Se davvero Ciudadanos fosse il primo partito del Parlament e il PP l’ultimo (in linea, peraltro, coi sondaggi) ci saranno probabilmente delle conseguenze sul piano politico nazionale. Come mai l’elettorato avrebbe premiato il partito di Arrimadas?

C’è da dire che Ciudadanos è stata fondata dal catalano Albert Rivera e rappresenta un ceto moderato, con forti agganci nel mondo imprenditoriale sia catalano sia nazionale, e aspira a sostituirsi al PP come forza liberista, ma scevra di corruzione, che ha invece pesantemente scosso negli ultimi anni i popolari di Rajoy. Ciudadanos viene definito come una sorta di «Podemos di destra» e potrebbe essere stato premiato anche perché la sua leader locale, Inés Arrimadas, si è particolarmente distinta non solo in campagna elettorale, ma anche nelle ultime convulse sedute del Parlament di Barcellona. Va detto che il PP storicamente non è mai stato molto forte in Catalogna, posto che trovava sponde nel partito catalano di centro, Convèrgencia, affine politicamente. Da Convèrgencia, attraverso una serie di scissioni e giravolte, è nato il partito di Puigdemont, e questo dà la misura degli sconvolgimenti accaduti in pochi anni nella politica catalana. Questo meriterebbe una riflessione a parte. 
Tornando all’attualità, i voti parziali darebbero la vittoria al fronte indipendentista, sebbene sia ancora incerto se otterranno o meno la maggioranza assoluta dei seggi. A più di due ore dalla chiusura dei seggi, la prudenza da parte dei vari leader è totale, perché i dati sono ancora insufficienti e non ci si fida degli exit poll, in base ai quali gli indipendentisti si avvicinerebbero alla maggioranza assoluta dei seggi. Qualora gli indipendentisti vincessero, bisognerebbe che i partiti del governo centrale riconsiderino la loro politica. 

Evidentemente la repressione non avrebbe pagato. Con la prudenza dovuta a un risultato ancora incerto, si potrebbe considerare che il governo spagnolo ha risposto alle istanze catalaniste non sul piano politico, dove avrebbe potuto contrastarle con maggiori possibilità di successo, ma prima col silenzio e con l’immobilismo, e poi con la repressione. Non ha giovato al fronte costituzionalista puntare sulle debolezze di un’indipendenza che comunque non può stare in piedi politicamente, ma evidentemente una parte consistente della società catalana si è sentita, a torto o a ragione, umiliata, e ha reagito di conseguenza. E tornando alla maggioranza silenziosa, quella che secondo il racconto costituzionalista era schiacciata dalla maggioranza di governo indipendentista, si è espressa, e non ha evidentemente votato come avrebbero voluto i partiti costituzionalisti. 

Resta una regione spaccata, ma le responsabilità vanno equamente condivise tra un govern, quello di Puigdemont, che si è messo contro la legge, e un governo centrale, quello di Rajoy, che si è messo contro la politica, rifiutando ogni dialogo e poi mostrando i muscoli. Si spera che Ciudadanos sappia essere più moderata e rispettosa delle inquietudini catalane, anche di quelle in linea di principio più indigeribili, e che il fronte indipendentista sappia essere responsabile, che abbia consapevolezza che la legge va rispettata. Non funziona l’illegalità, evidentemente, ma neanche la repressione «legalistica». Il «bullismo» di Rajoy, il vero sconfitto di queste elezioni, non ha pagato.
Di più, al momento, è davvero difficile dire, se non che la politica si cura con la politica, non lasciando incancrenire le situazioni. E meno che mai a colpi di 155 o di arresti. Questo riguarda la magistratura, ma qui si aprirebbe un capitolo troppo lungo, per ora.

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