Ora il Califfo sogna una guerra europea, nel mirino la rete di reclutamento

Ora il Califfo sogna una guerra europea, nel mirino la rete di reclutamento
di Nino Cirillo
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Martedì 29 Settembre 2015, 06:23 - Ultimo aggiornamento: 10:07


Quella foto, anzi, quel fotomontaggio pubblicato su Dabiq, il giornale on line dell'Isis, il 12 ottobre scorso, aprì gli occhi anche a chi avrebbe continuato volentieri a tenerli chiusi: il vessillo del califfato che sventolava sull'obelisco di piazza San Pietro, con la Basilica sullo sfondo e la scritta «Crociata fallita».
La carica simbolica di quell'affronto era evidente, ed è ancora più evidente ora con il Giubileo ormai alle porte: si minacciava l'imminente conquista dell'Italia, dell'«epicentro della cristianità». La foto, ovviamente, fece il giro del mondo, ancora una volta la strategia mediatica dei terroristi aveva colto nel segno. Ma fu anche un serio punto di partenza per analisi più approfondite sugli effettivi rischi che il nostro Paese doveva mettere in conto di correre.
Una scacchiere in continua mutazione. Lo mise bene in evidenza il rapporto annuale sulla sicurezza preparato dai nostri servizi di intelligence e diffuso alla fine di febbraio, quando il Giubileo della Misericordia non era stato ancora annunciato da Francesco (lo avrebbe fatto l'11 aprile).
LA «GUERRA EUROPEA»
Molte pagine erano dedicate allo scenario libico che «può trasformarsi in una minaccia diretta per l'Italia, come fattore di destabilizzazione per l'intera regione, ma anche come potenziale piattaforma per proiezioni terroristiche, vulnus per gli approvvigionamenti energetici, snodo per l'immigrazione clandestina».
Nel rapporto fu messo a fuoco anche il sogno scellerato che l'Isis coltiva, quello di una «guerra europea», con l'obbiettivo di trasformare il nostro continente in «terreno di confronto e di rivalsa con l'Occidente». Furono anche segnalati i rischi di un fenomeno che banalmente viene chiamato «reducismo», e cioè i combattenti che hanno abbracciato la causa dello Stato islamico e, dopo aver combattuto in Siria e in Iraq, tornano in Europa. Per concludere -il rapporto dei nostri servizi- che comunque in Italia «non risultano attività o pianificazioni di attentati».
C'era appena stata la strage di Charlie Hebdo, dovevano ancora arrivare il Bardo e Sousse. E intanto le minacce all'Italia continuavano «nuove e più specifiche», come venne considerata una mappa pubblicata in rete da The Islamic State 2015 -cento pagine in inglese diffuse dal sito Wikilao- in cui l'Italia e Roma erano cerchiate in rosso. Il messaggio era questo: «Ansar Al sharia in Libia e Al Qaeda nel Maghreb islamico cominceranno a sparare missili verso il cuore dell'Europa, come vendetta per quanto patito dai loro fratelli in Siria». Il pensiero andò subito ai missili di Gheddafi sull'Italia, trent'anni fa, che non arrivarono neppure a lambire Lampedusa. Ma oggi? Le nostre forze dell'ordine invitano a non sottovalutare nulla. E il ministro dell'Interno Alfano commentò: «Nessun Paese, nessuno Stato è a rischio zero».
L'ondata di sbarchi intanto andava avanti, nessuno è più riuscito a fermarla. E l'idea che proprio dei barconi si possano servire i terroristi per sbarcare da noi e poi in Europa ha preso sempre più consistenza, un'idea che neppure i recenti esodi via terra riescono a tenere lontana.
Un piano sconvolgente quello dell'Isis: il Califfato vorrebbe infiltrare almeno settemila guerriglieri in Europa, attraverso l'Italia, mescolandoli ai clandestini portati dagli scafisti. Le indagini di questi mesi non hanno ancora portato conferme: l'unico dato certo è che dall'altra parte del mare ci sono almeno mezzo milione di disperati in attesa di partire.

LE FOTO DEL DUOMO
Sono andate avanti anche le operazioni di polizia. Come quella di Brescia, con l'arresto di un tunisino e di un pakistano che vivono da anni in Italia, con tanto di documenti in regola. Briki Lassaad, 35 anni, e Muhammad Waqas, 27 anni, postavano in rete minacce del tipo: «O popolo di Roma, avete tre soluzioni: o accettare l'Islam o pagare Jezia o i nostri coltelli della Jihad. A voi la scelta!». E poi foto con il Colosseo e il Duomo sullo sfondo, come per indicare gli obiettivi dei loro attentati e forse per depistare perché in realtà puntavano su un altro target: la base aerea militare di Ghedi, a pochi chilometri da Brescia. Avevano creato un loro hashtag #Islamicstateinrome: è stato così che Digos e polizia postale sono arrivati a loro, una dimostrazione, come ha voluto sottolineare Alfano, che «il nostro sistema di prevenzione funziona».

IL RISCHIO SELF STARTER
Infatti l'attenzione, anche dopo questi arresti, è rimasta altissima. Soprattutto sulle operazioni di reclutamento. Al nord, nella zona di Brescia -come dimostrano il tunisino e il pakistano-, ma anche a Torino e a Milano, a Ravenna e a Bologna, e nel Padovano, in Valcamonica fino a Napoli e a Roma. Con un occhio particolare su Cremona, però, dove era attivo Adhan Bilal Bosnic, personaggio di primissimo piano fra i leader integralisti.
Poi i self starter, forse il pericolo più insidioso per il nostro Paese. Li dipingono come soggetti che «si automotivano e si autoreclutano alla causa jihadista», che frequentano i siti dei terroristi «per passare all'azione virtuale e a quella reale». Come si fa a stanarli? Le indagini puntano su uno screening della seconda e terza generazione di immigrati in Italia, che resta il vero terreno di coltura dell'Isis. Lo dicono i sociologi, lo dicono purtroppo anche gli attentati.
Dall'altra sponda del Mediterraneo, dalla Libia, continuano a lanciare messaggi. Drammatici, come quello del capo delle forze armate libiche di Tobruk, il governo riconosciuto, e cioè il generale Khalifa Haftar: «Dateci le armi o l'Isis arriva in Italia». Solo apparentemente più cauto Ibrahim Magud, professore all'Università libica d'Italia: «Esiste sempre la possibilità che qualche cane sciolto si faccia saltare in aria». Già, il cane sciolto, l'incubo di questi nostri terribili giorni.