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Brexit, viaggio nel sobborgo di Londra dove ha prevalso il "Leave": «Adesso abbiamo paura»

Brexit, viaggio nel sobborgo di Londra dove ha prevalso il "Leave": «Adesso abbiamo paura»
di Renato Pezzini
5 Minuti di Lettura
Sabato 25 Giugno 2016, 09:03 - Ultimo aggiornamento: 14:46

dal nostro inviato
LONDRA La Bbc poco dopo l'alba mostra la mappa della Gran Bretagna. I distretti dove ha vinto il leave sono colorati di blu e sono la stragrande maggioranza, quelli a favore del remain sono gialli. L'immensa Londra è gialla ed è una metropoli stordita: è andata a dormire dopo aver votato in massa per restare in Europa e al risveglio scopre di essere la Capitale di una Nazione che ha brutalmente detto addio a Bruxelles. Per di più, nel suo perimetro dipinto di giallo ci sono tre macchie blu, e la più blu è Dagenham, sobborgo dell'estremo est.
Dal centro città, dove le facce portano i segni della delusione e della paura, non basta mezz'ora di metropolitana per arrivare a Dagenham ed è una meta obbligatoria se l'intenzione è quella di vedere il volto gioioso della vittoria e capire perché è successo quel che è successo. Durante il viaggio Claim consulta frenetico le ultime notizie sullo smartphone, la sterlina che precipita, Cameron che si dimette, le Borse che saltano per aria: «Ho votato leave, ma adesso non so più cosa pensare. Forse abbiamo sbagliato tutti quanti».

LA CALMA
Non c'è euforia e non c'è nessuna festa in questo sobborgo di duecentomila abitanti. Anche chi ha messo la croce sulla scheda per dire addio a Bruxelles in fondo immaginava che non sarebbe mai accaduto. E solo ora che è accaduto capisce che è un punto di non ritorno, senza possibilità di ripensamenti. Brian, operaio in pensione, tiene banco fuori dalla stazione di Dagenham dove le tv hanno inviato i reporter: «Sono orgoglioso di aver votato leave. Ma non chiedetemi cosa accadrà: non lo sa nessuno. Bisogna aspettare e io non voglio fasciarmi la testa».
Dopo la guerra la Ford trasferì da Manchester a qui uno dei propri stabilimenti e Dagenham da paesino agricolo divenne città operaia. Nel 1965 ebbe un momento di celebrità per via di un clamoroso sciopero delle donne della fabbrica contro le molestie dei capireparto. Quegli operai e quelle operaie ora sono tutti in pensione, la Ford ha ridotto i posti di lavoro che adesso sono per lo più occupati da stranieri arrivati all'inizio del nuovo secolo. E il segreto della vittoria degli antieuropeisti di Dagenham sta principalmente in questa nuova geografia del lavoro.
Il Barking Dog è un gigantesco pub sulla strada principale. Ai tavolini uomini e donne ormai in là con l'età, tutti bianchi, tutti inglesi. Scolano boccali di birra, parlano sommessamente. Nessun segno di allegria, neanche in Jones, che ostenta una maglietta dell'Irlanda: «I nostri figli per trovare lavoro sono dovuti andare altrove. Al loro posto sono arrivati gli immigrati. Io prendo 1100 sterline di pensione e ne pago 500 di affitto. Agli stranieri danno casa per 300 sterline». Ma è vero? «L'ho sentito dire, penso che sia vero».

«ABBIAMO PAURA»
Non si sente in colpa per il suo leave però ammette che, per la prima volta in vita sua, non riesce a immaginare il domani. «Certo che ho paura, l'Europa si vendicherà e non so se ne verremo fuori. Ma non rinnego nulla. Lo Stato ci ha abbandonati, gli serviamo solo quando dobbiamo votare». Un altro indica le vetrine di là dalla strada: sale giochi in abbondanza, negozi di cibi etnici, compresi bulgari e romeni, gli ultimi arrivati, quelli più odiati: «Una volta eravamo una comunità, ora facciamo fatica a farci capire da questi». Questi, come li chiamano, fanno parte di quel milione di stranieri che vivono a Londra e a cui si rivolge il sindaco con una sorta di appello fraterno: «Grazie a voi questa nostra grande città è cresciuta e migliorata. Non dovete avere paura, per noi siete sempre i benvenuti». Sadiq Khan, il sindaco, è stato uno dei principali sostenitori del remain e Londra si è schierata dalla sua parte con convinzione. Anche per questo, dopo una notte da incubo davanti alla tv, oggi appare una metropoli ferita e disorientata.

GLI EUROPEISTI
Il quartiere di Hackney ha regalato ai filoeuropei la percentuale più alta, quasi l'80 per cento. E ora prova a consolare con gesti simbolici gli italiani, francesi, tedeschi, spagnoli, indiani, pakistani, africani che si sentono come mortificati e respinti. In Paradise Lane c'è chi ha appeso le bandiere dell'Unione Europea alle finestre di una casa in cui abitò il primo campione inglese di pugilato che nell'800 conquistò il titolo dei pesi massimi. Si chiamava Daniel Mendoza: l'immigrazione a Londra non è un'invenzione dell'Unione Europea. Anche Lauren ha appeso il vessillo dell'Europa alla sua finestra. E ora sta seduta ai tavolini del Dreyfus Café proprio sotto casa sua e ha lo sguardo nel vuoto: «Non pensavo che noi inglesi potessimo essere così stupidi». Il cameriere è un ragazzo italiano di Treviso, Alfonso. Al mattino va in Università, al pomeriggio serve ai tavoli per pagarsi da vivere: «Sono qui da tre anni, Londra mi ha insegnato cosa significa integrazione, e la bellezza di stare insieme venendo da posti diversi. Magari passerà ma oggi mi sento un estraneo».
Andrea, di Milano, lavora in uno studio di architettura, fra un anno potrebbe chiedere la cittadinanza britannica. «Su venti che lavorano allo studio sedici vengono da altri Paesi, stamattina avevamo tutti le occhiaie per la notte in bianco. Non ci siamo detti una parola fino a quando sono venuti i nostri capi: ci hanno chiesto scusa, quasi si vergognavano. E qualcuno di noi si è messo a piangere». Anche Benny si è messa a piangere: lei è Gil (che è del Lussemburgo) dovrebbero firmare la settimana prossima il rogito per comprare casa. Ma ci stanno ripensando: «Tu staresti mai a casa di qualcuno che non ti vuole?».