Impegni da rispettare/ Opportunità e rischi di una fuga all’inglese

Giovedì 30 Marzo 2017 di Giulio Sapelli
Ieri l’ambasciatore britannico a Bruxelles ha consegnato alla Commissione Europea la lettera con cui il Premier Teresa May attiva l’articolo 50 del Trattato di Lisbona e ha dato così formalmente avvio alla Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Europa. Sin da quando gli elettori decisero in tal senso, la comunità economica internazionale, dagli intermediari finanziari alle società di servizi e alle grandi industrie manifatturiere, iniziarono le grandi manovre.

Prima per comprendere l’esatta rilevanza economica dell’evento e, in seguito, per arginarne le conseguenze più gravi dovute a un inasprimento della regolazione amministrativa sulle attività economiche con conseguente gravame burocratico e soprattutto a un attacco all’integrità dei singoli mercati, sotto la forma della creazione di ostacoli non necessari alle transazioni commerciali, creando barriere e dazi e standard in grado di aumentare il costo delle transazioni di qualsivoglia natura.

La recente dichiarazione della signora May, «No Brexit deal is better that a bad deal» («Nessun accordo sulla Brexit è meglio di una cattiva Brexit») ha scatenato una valanga di timori e di apprensioni tra le cuspidi del potere economico delle diverse nazioni europee e internazionali. Il potentissimo Keindairen giapponese (la Confindustria del Sol Levante), così come Business Europa (la Confindustria Europea) e tutte le altre confederazioni industriali nazionali europee, dal Medef francese al Bdi tedesco, al Cbi del Regno Unito sino al Lewiatahan polacco, hanno insistito su una comune linea di pressione.
E hanno così dichiarato: «Si negozi, ma con la massima considerazione per le conseguenze economiche di tali negoziazioni ponendo la massima cura al mantenimento delle libertà di esportazione e di organizzazione aziendale multinazionale».

Ma è proprio questo il contenzioso che oggi si apre in Europa. A partire dalla negoziazione del dare e dell’avere dei contributi europei. Secondo calcoli non ancora confermati e accettati dalle parti, in base alla partita doppia del dare e dell’avere, ossia delle quote versate al bilancio comune europeo e ciò che si è ottenuto dalla pioggia di contributi che da quel bilancio giunge alle singole nazioni in base all’infinità di contributi e finanziamenti che le varie sezioni dell’Ue erogano, il Regno Unito dovrebbe “restituire” all’Ue una somma che ammonta a circa 60 miliardi di euro. La tecnocrazia europea si appresta a richiederli sulla base di riscontri di poste di bilancio e di accordi pregressi.

Sono un paio di supermanovre finanziarie che sarebbero, invece, oltremodo necessarie a un Regno Unito che sta intraprendendo una grande e rischiosa avventura. Ma deve farlo pagando i suoi debiti europei, dicono i più, ed è difficile dar torto ai sostenitori di questa tesi, soprattutto nella carenza di fondi imposta dalla politica economica dominante ancora oggi nonostante gli sforzi controcorrente della Bce che vorrebbe, come è noto, una politica più espansiva dal punto di vista fiscale e monetario.

Bene, supponendo che i governi britannici trovino i fondi per ripagare questo debito - una “fuga all’inglese” difficilmente verrebbe tollerata dall’Europa - il problema della Brexit non è certo finito, al contrario è solo iniziato. Volete avere sentore di ciò di cui veramente si tratta? Rileggete le pagine di ieri del New York Times e del Financial Times: vi troverete due articoli che sostengono due tesi contrapposte ma che bene illustrano la partita in gioco. Sulla prima pagina del quotidiano americano spicca l’editoriale di Alan Johnson, senior research fellow del British Israel Communications and Research Center, significativamente intitolato: «Why Brexit is essential for British». Il titolo è tutto un programma e parla da sé: l’unica salvezza per una grande nazione come il Regno Unito, secondo Johnson, è tornare a far parte dell’anglosfera, ossia dell’universo della common law, dei liberi mari, della democrazia rappresentativa e della piena sovranità popolare secondo la millenaria tradizione di un grande impero.

Il disegno è chiaro. E per comprenderlo in tutta la sua audacia ricorriamo all’articolo del tutto contrastante apparso per la penna del mio vecchio amico Martin Woolf lo stesso giorno sul Financial Times. Anche in questo caso il titolo è tutto un programma e un contenuto: «Brexiters must lose if Brexiti is to succeed». Insomma, afferma Woolf: l’economia del Regno Unito è così interconnessa con quella europea che il peso che proporzionalmente essa esercita sul complesso delle relazioni di scambio internazionali del Regno Unito non potrà mai essere sostituito dalla somma dell’aumento dei traffici con Usa e Cina, così come è invece nelle intenzioni e nelle previsioni dei sostenitori della Brexit.

Sono due visioni profondamente antitetiche e non conciliabili e sono entrambe alla base vera e sostanziale della Brexit. E’ chiaro che il successo della nuova linea di azione del Regno Unito è un radicale cambio di passo su scala mondiale di una delle nazioni che hanno fondato il concetto stesso di modernità e che hanno raggiunto i più alti gradi della civilizzazione mondiale. Si guardi alla sostanza: la Brexit è, di fatto, un ritorno agli anni Cinquanta e Sessanta del secondo dopoguerra, quando il Regno Unito non entrò nel Mec e solo nel 1973 aderì all’Unione Europea, pur senza mai abbandonare la sterlina. Oggi, in un mondo profondamente mutato, lo slancio è verso la creazione di quella anglosfera che dovrà guidare il mondo, da un lato conducendo una lunga e perigliosa alleanza con la Cina; da un altro lato, stipulando un nuovo accordo strategico con la Russia, così da condurre al definitivo ridimensionamento su scala mondiale dell’Europa a egemonia tedesca. Un mondo nuovo pieno di rischi e di immense sfide.

Oggi i popoli e i governi dell’Europa senza Regno Unito sono scossi dalle sfide elettorali prossime e future e si affrettano a trarre dalla Brexit tutte le opportunità che il ritiro londinese dalla scena delle istituzioni europee lascia aperte. Basti pensare alla grande City, che dovrà rischedulare il suo accordo con le Borse tedesca e italiana proprio in merito alla governance e agli assetti proprietari. Ma sono importanti e numerose le istituzioni che lasceranno le isole britanniche al termine dei negoziati della Brexit. Anche l‘Italia è in lizza per ereditarne alcune. E non possiamo, pur nella drammaticità della vicenda, che gioirne, come spesso abbiamo fatto nella nostra storia, trovando, nelle giravolte della politica internazionale, nuove opportunità.
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