Europa, cosa cambia con l’Italia nel direttorio

Domenica 26 Giugno 2016 di Giulio Sapelli
La storia cammina veloce e il mutamento del sistema di pesi e di rilevanze geostrategiche non ferma nemmeno per un attimo la sua corsa. Occorre ridefinire l’ordine del potere mondiale dopo la Brexit, e tutto si svolge così velocemente da impegnare l’Italia e il suo premier in un ruolo prima impossibile anche se sempre invocato. Penso al vertice di domani a Berlino, che vedrà un nuovo rapporto trilaterale. Al posto del Regno Unito, è ora l’Italia che siederà al tavolo di comando dell’Eurozona a fianco di Francia e Germania per decidere il futuro della politica europea.

È la grande occasione di Matteo Renzi: il blocco franco-tedesco con una Francia in posizione subalterna e indebolita dalle sue divisioni interne e dalla scacco delle sue politiche centro-africane, può trovare nel ruolo dell’Italia un ridimensionamento che, se opportunamente gestito, potrebbe tradursi in una profonda trasformazione dell’Europa.

E uno dei primi passi consiste nel convincere i tedeschi a rispettare i trattati, anzitutto sulle quote del surplus commerciale in relazione alle quali da anni Berlino fa orecchi da mercante, ponendo in tal modo le basi per il superamento della strozzatura deflattiva che ha scatenato - per il suo carico di povertà - i nazionalismi alla base di Brexit e alimentato la caldaia infernale delle destre radicali europee.

Già questo sarebbe un passo rilevante, ma sarebbe anche l’occasione per riscrivere subito - non fra due anni, come vorrebbero i burocrati di Bruxelles - le politiche di vigilanza bancaria, modificando il bail-in e attenuando le rigidità intollerabili che stanno piegando le economie a maggior debito. La nuova politica economica europea deve invece puntare sugli investimenti e sulla fine della liquidità a tassi negativi che, nonostante le buone intenzioni della Bce, sta creando le basi per ciò che alla lunga potrebbe trasformarsi in un nuovo tsunami finanziario. Insomma, bisogna lavorare fin da oggi e con tenacia a un pacchetto di provvedimenti tra politica estera e politica economica, nella più ampia condivisione possibile: è il solo modo per passare da un’Europa a dominazione tedesca - una realtà che oggi più nessuno si sente di negare - a un’Europa a geometria variabile.

Essenziale è però tenere ben fermo l’asse dell’alleanza politico-economica con gli Stati Uniti: essi sono il nostro vero e stabile alleato al di là degli esiti delle prossime presidenziali. Le alleanze internazionali che hanno una ragione storica sono scritte nell’evoluzione geopolitica, sicché i problemi interni passano di fatto in secondo piano. Soprattutto se si considera che gli Stati Uniti sono interessati quanto noi alla fine dell’austerità e alla creazione di una condizione di stabilità politica che le destre radicali e i populismi invece mettono in forse.

Infine, se tale alleanza è davvero così forte come si pensa, il premier Renzi e il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, debbono renderla esplicita, in modo da indurre gli Stati Uniti a riaprire un rapporto con la Russia, analogamente a quello che il saggio Henry Kissinger ha preconizzato nell’ultima riunione del Gruppo Bilderberg. Una ricucitura del dialogo destinata a incidere prima in sede dei rapporti Nato-Russia, poi sul fronte economico con l’abolizione graduale delle sanzioni in cambio di una ragionevolezza russa che dovrà sfociare in quel trattato che malauguratamente non venne perfezionato quando l’Urss crollò, senza così definire il nuovo volto dello spazio geopolitico europeo.

Oggi possiamo e dobbiamo farlo. L’addio della Gran Bretagna, paradossalmente, mette l’Europa in condizione di riparare a certi errori della storia. E l’Italia può avere un grande ruolo in questo processo di rinnovamento. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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