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Brexit, banche in fuga dalla City: migliaia di posti in bilico

Brexit, banche in fuga dalla City: migliaia di posti in bilico
di Carlotta Scozzari
3 Minuti di Lettura
Sabato 25 Giugno 2016, 11:27 - Ultimo aggiornamento: 19:06


ROMA Sui mercati finanziari sta per andare in onda un film: «La grande fuga». Ma questa volta i protagonisti non sono Steve McQueen né Charles Bronson, bensì le banche internazionali che potrebbero decidere di abbandonare la Londra del dopo Brexit.
L'attesa, in altri termini, è che gli operatori che al momento hanno a Londra la loro sede europea decidano di fare le valigie. E questo perché, una volta che il Regno Unito sarà fuori dall'Ue, per chi resta a Londra diventerà molto più complesso e probabilmente anche più oneroso gestire da lì i rapporti di affari e commerciali con il resto dell'Europa.
C'è anche un altro fattore, più tecnico, che guida il deflusso: con l'uscita dall'Ue, le numerose filiali bancarie londinesi che operano con i derivati over the counter (non regolamentati) perdono la rete di protezione garantita dalle direttive europee in caso di fallimento (default). Meglio, quindi, spostarsi in qualche altra città situata dentro all'Unione Europea. Sì, ma dove? Secondo un recente studio dell'operatore finanziario Ig, «le candidate principali rimangono Francoforte, la seconda piazza finanziaria d'Europa, e Parigi, molto vicina alla City londinese anche negli spostamenti. Inoltre, Dublino rimane in lizza, grazie principalmente ai vantaggi fiscali offerti».
E proprio sulla questione fiscale si gioca una partita importante. Basti pensare che oggi il gruppo Fiat Chrysler Automobiles (Fca) paga le tasse in Inghilterra. Insomma, la capitale finanziaria destinata a sostituire Londra ha più probabilità di essere scelta se offre alle imprese una fiscalità agevolata. Un altro elemento di attrazione è senz'altro una burocrazia snella, che consenta di aprire in tempi relativamente stretti un'attività e in particolare una filiale.

IL CASO DI MILANO
Due fattori che certamente non depongono a favore della scelta di Milano, la città finanziaria italiana di elezione. Ecco perché nei giorni scorsi c'è chi ha suggerito al governo di Matteo Renzi l'apertura di una finestra fiscale, anche temporanea, per invogliare gli investitori esteri a insediarsi da noi. A prescindere dalla capitale europea che verrà scelta, la probabilità di assistere a una grande fuga da Londra appare piuttosto elevata. Secondo alcuni studi, i costi che la capitale inglese sarebbe costretta a sopportare soltanto per l'esodo degli operatori della grande finanza oscillano tra i 15 e i 20 miliardi di sterline.
Londra, dal canto suo, è pronta a dare battaglia per mantenere il ruolo di centro finanziario globale, uno status che assicura al Regno Unito 2,1 milioni di posti di lavoro e 66,5 miliardi di sterline di entrate fiscali l'anno, l'11% del totale. Ma l'allarme resta: per esempio, la statunitense Jp Morgan, che nel Regno Unito arruola 16mila dipendenti, ha già avvertito in una mail interna anticipata da France Presse che potrebbe spostare dei posti di lavoro fuori dal paese dopo l'esito del referendum. Intanto Guido Rosa, presidente dell'Aibe, l'associazione italiana delle banche estere, mette in guardia che la Brexit potrebbe avere conseguenze negative anche da noi, perché «le filiali italiane che fino a oggi erano considerate europee grazie al passaporto Ue da domani saranno considerate extraeuropee e, come tali, non usufruiranno delle facilitazioni delle banche comunitarie su libertà di apertura di sportelli e dotazione patrimoniale».