L'Isis vuole far saltare il tavolo tra gli ex nemici Russia e Turchia

L'Isis vuole far saltare il tavolo tra gli ex nemici Russia e Turchia
di Fabio Nicolucci
4 Minuti di Lettura
Martedì 20 Dicembre 2016, 08:37 - Ultimo aggiornamento: 15:01

Un secolo dopo, non lontano da Sarajevo, altri colpi di pistola rischiano di essere un potente detonatore per un conflitto che da regionale potrebbe presto allargarsi. Con esiti imprevedibili perché incontrollabili. L'assassinio dell'ambasciatore russo ad Ankara, in Turchia dal 2007 e dal 2013 ambasciatore, è infatti dirompente per le sue conseguenze sistemiche, amplificate dal fatto di essere stata una esecuzione durante un evento pubblico. Per farsi un'idea della loro natura e possibile evoluzione è importante saper distinguere nell'attuale caos mediorientale quali dei numerosi eventi terroristici e di guerra sono frutto di dinamiche per lo più interne, e quali invece di dinamiche regionali.

CONVULSIONI
L'uccisione di ieri sembra infatti molto diversa dai pur numerosi attentati che anche di recente hanno insanguinato la Turchia. Gli ultimi appena due giorni fa tredici reclute turche morte nell'esplosione di un autobus attaccato da un kamikaze a Kayseri, nella Turchia centrale e il 10 dicembre presso lo stadio di Istanbul con la morte di 30 persone. E poi ancora il 28 giugno scorso, presso l'aeroporto, sempre di Istanbul. Questi attentati sono infatti da ricondurre per lo più a dinamiche interne alla Turchia, siano essi stati perpetrati dall'ala estremista e scissionista dal 2004 del Pkk, i «Falconi della libertà del Kurdistan» (Tak), oppure da elementi dell'Isis, magari per segnalare come sia pericoloso restringere la loro libertà di movimento in Turchia, specialmente nel sud al confine con la Siria e con l'Iraq, dove hanno infiltrato silenziosamente parte del territorio e vi mantengono una efficiente rete di appoggio logistico. Una scia di sangue che origina dalle convulsioni interne della Turchia, prima e soprattutto dopo il tentato golpe del luglio scorso. Dove l'isolamento subìto ma anche cercato da Erdogan sta creando una rincorsa a nuovi equilibri: con i curdi, con la società civile, con i militari e con tutto il sistema dello Stato profondo e delle sue alleanze. Una rincorsa affannosa nella quale si infilano gli estremisti e i terroristi di ogni tipo.

L'assassinio politico di ieri pomeriggio sembra invece inserirsi in un contesto diverso, dove a prevalere è l'elemento regionale. Cioè il ruolo della Turchia e della Russia nelle diverse guerre che stanno dilaniando il Levante. Proprio perché evidentemente pronto da diverso tempo le credenziali di sicurezza in possesso dell'attentatore, poi ucciso, non sono lavoro di un giorno - la tempistica dell'attentato pare politicamente decisiva. 

IL TAVOLO
Proprio ieri infatti la Russia aveva finalmente dato il via libera ad una risoluzione Onu che monitorava l'evacuazione dei residenti di Aleppo est, civili e combattenti islamisti dell'ex Fronte al-Nusra (oggi Jabhat Fatah al-Sham), con l'accordo della Turchia. Un raggio di luce nelle tenebre dell'inferno dell'umanità che è oggi Aleppo est. Dunque perché il grido dell'assassino «noi moriamo ad Aleppo, tu muori qui», quando proprio ieri finalmente si stava giungendo ad un allentamento della morsa dopo mesi di assedio? Solo mettendo di nuovo attori globali e regionali di questo conflitto gli uni contro gli altri l'Isis può avere la speranza di continuare la sua recente controffensiva a Mosul, e di riprendere le forze. Perché è l'Antistato uno Stato Islamico 2.0 - e se gli Stati tradizionali ricominciano a parlarsi e a mettere un po' d'ordine, l'Isis rischia di afflosciarsi. L'Isis del resto è tutt'altro che battuto: riconquistata Palmira, ieri l'agenzia dell'Isis Amaq ha rivendicato l'abbattimento di un elicottero da guerra russo presso Homs. E sempre ieri ha lanciato una controffensiva contro le milizie sciite irachene (al Hashd as-Sh'ab, cioè «mobilitazione popolare» in arabo, le più efficaci nella lotta all'Isis) ad ovest di Mosul. Al contempo, ha allargato il suo raggio di azione, più logicamente nella regione dove ha radici: qualche giorno fa colpendo ad Aden, nello Yemen, dove infuria una guerra sanguinosa come quella siriana ma dimenticata da tutti; e poi in Giordania, contro alcuni turisti nella fortezza crociata di Karak. Quindi ad Ankara. 

Perché se Turchia e Russia ricominciano a parlarsi, come hanno ripreso a fare dopo mesi di crisi seguiti all'abbattimento nello scorso novembre di un caccia russo, allora è probabile che altri pezzi del complicato puzzle possano andare a posto, a partire dagli Usa. E se la musica di morte si ferma ed ognuno si deve sedere, vi sono sedie per tutti gli attori, compreso l'Iran. Solo l'Isis rimarrebbe in piedi. Meglio rimetterli gli uni contro gli altri, nel modo più sanguinoso e più provocatorio possibile. Nella speranza che a qualcuno saltino i nervi e il teatro regionale ancora in bilico precipiti finalmente nel caos totale, trascinando con sé attori e spettatori. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA