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Unesco, Zibibbo patrimonio dell'umanità: il primato mondiale di Pantelleria

Unesco, Zibibbo patrimonio dell'umanità: il primato mondiale di Pantelleria
di Camilla Mozzetti
3 Minuti di Lettura
Giovedì 27 Novembre 2014, 10:45 - Ultimo aggiornamento: 14:04

Cittadini e agricoltori l’aspettavano da mesi. Ma adesso da Parigi è arrivata l’ufficialità: lo Zibibbo, la vite ad alberello di Pantelleria, trova posto tra i beni dell’umanità. A deciderlo l’Unesco, che ha giudicato positivamente la candidatura della pianta pantesca regalando all’Italia un primato unico. Non ci sono, infatti, altri paesi che siano mai riusciti a iscrivere nella celebre lista del patrimonio culturale una pratica agricola.

LA COLTIVAZIONE

Modellando nel corso dei secoli il paesaggio dell’isola e regalando alla vista uno dei contesti agricoli più suggestivi al mondo, la coltivazione dello “zucco”, come lo chiamano gli agricoltori panteschi, segue in larga parte una tradizione e una manualità che esclude pratiche invasive o tecnologiche. C’è chi tra quei pochi coltivatori continua ad allevare la vite ad alberello seguendo esclusivamente processi naturali e puntando sulla manualità come arma distintiva per un prodotto agricolo che non conosce pari a livello mondiale. Oltre 12mila sono i chilometri dell’isola d Pantelleria, in cui a giocare il ruolo di protagonista, sono i terrazzamenti. Un vanto, che quei pochi produttori, ancora lì intenti a far crescere le uve da cui nasce il vino passito o il moscato, continuano a difendere, puntando su pratiche agricole che seguono solo le esigenze della natura. La vigna a Pantelleria può contare solo sulle braccia dell'uomo, non ci sono macchine che possano sostituire il contadino. Sui terrazzamenti, spesso con pendenze estreme, la vite viene allevata al di sotto del livello del suolo, in una larga conca per riparare la pianta e i frutti dai venti di scirocco e di greco levante che spirano assai frequentemente e con violenza sull’isola. Proprio per questo a Pantelleria si parla di viticoltura eroica: le lavorazioni, infatti, durante tutto l’anno richiedono un monte ore di lavoro, per unità impiegata, che supera di almeno tre volte quelle necessarie alla coltivazione di un normale vigneto sulla terra ferma. Dalla coltivazione, dunque, fino alla produzione del passito o del moscato, i grappoli della vite ad alberello vengono raccolti dopo una sovramaturazione e prima della pigiatura, sono distesi ad asciugare su piani di pietra pomice o graticci in legno la cui origine è millenaria. Una tradizione antica che da ora fa parte del patrimonio Unesco.

IL VOTO UNANIME

A curare la candidatura dell’alberello di Pantelleria per il ministero delle Politiche agricole, il professor Pier Luigi Petrillo che ha seguito l’iter fin dall’inizio cinque anni fa e che ha trovato il consenso di oltre 180 stati partner dell’Unesco. Soddisfazione anche dal ministro, Maurizio Martina. «Questa iscrizione rappresenta una svolta a livello internazionale – ha commentato il responsabile del dicastero delle Politiche agricole – poiché finalmente anche i valori connessi all’agricoltura e al patrimonio rurale sono riconosciuti come parte integrante del più vasto patrimonio culturale dei popoli». «Un traguardo, quello dell’Unesco che richiede ora – ha aggiunto il sindaco di Pantelleria, Salvatore Gabriele – un Piano di gestione condiviso tra amministrazioni territoriali e ministero per la difesa e la valorizzazione dell’alberello». Perché al netto dei traguardi raggiunti, la pratica agricola della coltivazione dello Zibibbo deve fare i conti oggi con l’assenza di manodopera giovanile e la seguente riduzione delle terre coltivare. Nell’arco di cinquant’anni, gli ettari ad alberello sono andati via via riducendosi, passando dai 5mila degli anni Sessanta a poco più di 700 di quelli odierni. Di riflesso, anche la produzione è andata assottigliandosi, passando dai 500mila quintali di cinquant’anni fa ai 30mila di oggi.