È un urologo napoletano il più grande collezionista di Barbie al mondo

È un urologo napoletano il più grande collezionista di Barbie al mondo
di Francesca Cicatelli
12 Minuti di Lettura
Sabato 1 Settembre 2018, 20:12 - Ultimo aggiornamento: 3 Settembre, 15:07

Con Barbie si inventano storie e si alza l'asticella dei sogni. Crescendo poi, ammainate le speranze, ci si chiede perché abbiamo sprecato del tempo a giocare con un ideale e soprattutto: come si gioca a Barbie? Risponde il più grande collezionista mondiale della star in plastica. È un urologo napoletano, Antonio Russo. Parte della sua collezione oggi è in giro per il mondo in una mostra intitolata «Barbie The Icon». Si è scoperto che la bambola trendy ha molto da insegnare, addirittura ad essere noi stesse ma anche che fuori dal mercato collezionistico non vale molto: e questo la dice lunga sulla necessità per le donne di recuperare una dimensione di pregevolezza. Resta che Barbie ha vendicato intanto tutte le more surclassate dalle bionde, perché quella scura vale sempre più dell'equivalente dorata, per via del meccanismo economico della domanda e dell'offerta, ma «questo non significa che bionda piaccia però di più, anzi», chiarisce Russo. E poi Barbie ha fatto a meno degli uomini o almeno di Ken, nato solo per portare qualcuno all'altare che giustificasse la voglia di indossare l'abito da sposa e riposto ogni sera «nell'armadio - ironizza Russo - insieme al vestito bianco. Ken è uno degli accessori più ingombranti che abbia Barbie perché è stata costretta a portarselo dietro da sempre». E mai avremmo pensato che la storia dell'evoluzione e dell'emancipazione della donna e dell'Italia è nello stacco di gamba e nelle misure di Barbie. 
 


Oggi tutte si rifanno e Barbie è in controtendenza, perché?
«Alcune donne tendono a trasformarsi in Barbie anche maggiorandosi il seno ma Barbie dal '59 ad oggi lo ha ridotto di due taglie e non ha più le stesse forme».
 
È più avanti Barbie, una sorta di cool hunter?

«Barbie non segue le mode, le anticipa, assorbe tutto ciò che c'è in giro e in qualche modo si spinge oltre».
 
È istintivo regalare la Barbie alle bambine ma è educativa anche per i maschietti?
«Siamo noi ad imporre i giochi di genere, ad indirizzare i bambini, loro sceglierebbero in base a ciò che li diverte. Non ci sarebbe nulla di strano se un maschietto preferisse mandare sulla luna Barbie al posto di Action Man. E potrebbe acquisire un rispetto diverso per le donne, crescere con il concetto di parità reale e capire che non è importante con che cosa si gioca ma come si gioca».
 
La sua collezione ha dato dignità alla Barbie?
«In realtà bisognerebbe rivalutare l'intero mondo collezionistico di bambole perché perde il valore di bambola e diventa oggetto. Bisogna invece tener presente che molte bambole hanno un'età ragguardevole. Oggi si fanno esclusivamente linee da collezione. Nel 2019 Barbie compirà 60 anni, è uno dei pochi giocattoli che ha resistito così a lungo e Barbie racconta la storia delle donne e del vissuto femminile dal 1958 in poi. Ed è strano che sia lei a fare questo perché all'inizio era una bambola osteggiata pre la sua procacità. La leggenda narra che la signora che ha brevettato ma non inventato Barbie vedeva la figlia giocare con gli abitini di carta ed ebbe l'idea di fare una bambola in 3d. Non è vero, invece, che la bambola era destinata al mercato dei giocattoli: era nata come scherzo per adulti. Nel '57, infatti, in Germania veniva venduta una bambola di plastica dura in tabaccheria e in negozi per adulti, era il personaggio di una striscia di fumetti che si chiamava Lilly. Poi Mattel fece il resto. Ed ebbe un grande successo, frutto di un'operazione di marketing molto attenta. Poiché i rivenditori non compravano Barbie, Mattel pensò di suggestionare i bimbi creando l'offerta prima della domanda. Barbie fin dall'inizio destò scalpore, fu vietata in Francia e in Italia. Il primo articolo che ne parlava fu su Grazia del '64 che scriveva: cosa penseremo mai di una bambolina con un armadio di 300 abiti? Quello che pensavano tutti si vede a distanza di 60 anni». 
 
Oggi che cosa insegna Barbie?
«È stata snaturata. Ha cambiato fascia di utenza. Inizialmente è stata pensata per un'età superiore ai 4 anni. Le bimbe si relazionano male con il personaggio adulto, non si sentono come mamme e desiderano piuttosto principesse e sirene. Forse oggi Barbie insegna ad essere se stessi, si può essere ciò che si vuole proprio come lei, declinata in mille varianti. Parliamo di una bambola che è stata in tutto il mondo, ha parlato ogni lingua, ha avuto 158 carriere, ha interpretato personaggi celebri e alcuni personaggi hanno accettato di essere ridotti a dimensione Barbie».
 
Barbie ha un fisico perfetto però, e questo non invita proprio ad essere se stessi.
«In realtà questo era vero fino a poco tempo fa. È stata accusata da sempre di influenzare le bimbe per il fisico perfetto ma prima di tutto insegna il rispetto per se stessi e la cura di sé e dal 2016 Barbie da gioco viene prodotta con 4 corporature diverse: regolare, più alta e meno seno, una piena e una piccola in modo da coprire ogni tipologia fisica. Il bello è che viene chiamata sempre Barbie».
 
La Mattel l'ha mai contattata? Che pensa di voi collezionisti?
«Mattel non ama i collezionisti. I collezionisti li ama solo per la vendita delle Barbie da collezione. Hanno una politica aziendale che tende a difendere l'immagine della bambola e pensano che tutto possa svilirla ma nessuno come noi collezionisti tende a rispettare Barbie nel miglior modo possibile. Ogni persona ama le barbie della sua epoca. È un personaggio che ha un'indipendenza personale».
 
Perché collezionare Barbie e non Ken?
«Non colleziono Ken perché amo le prime donne e non i comprimari. Ken è uno degli accessori più ingombranti di Barbie. Nasce nel '61 per farla sposare con qualcuno e giustificare la collezione di abiti da sposa e visto che, nella politica buonista degli Stati Uniti, non era pensabile che si sposasse da sola, nacque Ken che lei sposava e ogni sera riponeva nell'armadio insieme ai vestiti. Lui non ha avuto mai una grossa personalità mentre associano il nome di Barbie a quello di Big Jim. Lui invece è stato commercializzato come Barbie e aveva i suoi stessi accessori: case, beni di lusso e molto altro».
 
Com'è iniziata?
«Quando ero piccolo conobbi la prima Barbie a casa di mia cugina: era una bambola portata dagli Stati Uniti e mi fulminò il fatto che fosse una bambola  che non frignasse, che non si facesse la pipì addosso come le prime bambole animate. E l'idea che avesse abiti e avventure mi piaceva molto. Non ho mai giocato con Barbie ma inventavo storie con lei. Poi l'ho sempre seguita e nel '92, con la nascita di una bimba ad una coppia di amici, si riaccese la passione quando comprai bambole per la piccola. Essendo metodico iniziai a studiare: ho capito prima cosa volessi collezionare e poi ho iniziato a collezionarle in modo storico, cercando di comprendere le evoluzioni della bambola nel corso degli anni e cercando le versioni realizzate per altri Paesi».
 
Come si diventa il collezionista italiano più importante al mondo?
«Con lo studio e la passione. Nella vita sono metodico e curioso a amo i confronti filologici. A 31 anni, 26 anni fa, ho iniziato a collezionare seriamente».
 
C'è un metodo per collezionare?
«Ci sono diversi modi: all'inizio c'è sempre la nostalgia di quando eravamo piccoli. Io colleziono in modo storico culturale, poi ci sono collezionisti che collezionano solo la loro epoca o bambole pezzo unico fatte premeditatamente per loro e poi ci sono i collezionisti che le comprano per giocarci addirittura in età adulta, c'è anche chi ne fa storie su You Tube».
 
Sono competitivi i collezionisti di Barbie?
«Non amo sfidare e provare invidia, anzi se qualcuno trova una Barbie più bella di quella che ho sono contento».
 
Quante sono ora le sue Barbie?
«Sono arrivato a 10mila Barbie e non mi pongo limiti, cerco sempre la cosa strana, l'oggetto che non dovrebbe esistere ma che in realtà c'è».
 
Un esempio?
«Nella versione della Barbie di colore che avvenne nel 1980 c'è stata una produzione scarsa di una con un abito diverso. Oppure trovare quella che in Italia veniva fatta con una variazione delle stoffe rispetto agli abiti con cui veniva commercializzata nel resto del mondo o quella con il nome diverso per renderla vicina alla nostra cultura: la Barbie storica con il tubino nero di paillettes, per esempio, che si chiamava "Pezzo assolo" da noi si chiamava Barbie festival di Sanremo».
 
Barbie come traccia il panorama italiano e mondiale e l'evoluzione femminile?
«Ne racconta l'evoluzione: le prime Barbie, quelle degli anni '60, sono rigide, matronali, impostate e si confacevano poco alle bimbe degli anni '70, così viene stravolta e diventa pieghevole e poi negli anni '80 diventa una superstar, nei '90 torna con una corporatura normale, con fianchi più larghi, seno più piccolo e per la prima volta con l'ombelico e oggi è una bambola fashionist. Nel 2018 Barbie da bambola da gioco è ritornata ad essere rigida: una donna che nuovamente è stata ingessata in un ruolo e in barba alla libertà è diventata difficilmente giocabile».
 
Meglio prima, quindi?
«Sì, si è involuta. E trovo che nel gioco sia importante lavorare di fantasia: riportare il gioco al realtà diventa un non giocare, come se si vivesse un grande fratello con le bambole».
 
Perché questa rigidità ora che le donne si ritengono più libere?

«Perché le donne non lo sono ancora ed è un limite posto dalla stessa società femminile che non si riesce a vedere nel modo giusto almeno in Italia. Per esempio io come medico non faccio differenza tra una collega donna o uomo, per me non cambia nulla mentre lo stereotipo esiste ancora oggi». 
 
La Cina è intervenuta nella produzione Barbie?
«In realtà non è mai stata prodotta in America. Le prime produzioni furono giapponesi perché per via del debito di guerra con gli Stati Uniti era vantaggioso economicamente produrre nel Sol Levante, poi si è passati alle produzioni in Messico mentre le produzioni più pregiate vengono realizzate oggi tra Malesia e Indonesia. La bambola da gioco a buon mercato viene fabbricata invece in Cina: la produzione di massa in qualche modo squalifica sempre».
 
Cosa cambia qualitativamente?
«Fino agli anni '80 qualsiasi abito di Barbie era rifinito bene e venduto completo di scarpe e bottoni; oggi, invece, un pezzettino di stoffa neppure cucito a dovere ma tagliato al laser viene venduto ad un costo eccessivo. Cambia la qualità della pittura e dei capelli: le bambole degli anni '60 hanno ancora un filato rammendabile, per dir così, mentre ora se l'abito si sfibra deve essere buttato».
 
Consiglierebbe oggi ai bambini di giocare con le Barbie?
«I bimbi imitano nel gioco ciò che la madre fa con loro. La bimba di 4 anni adora il bambolotto-fantoccio perché può prendersene cura, come fa la mamma con lei e dipende da lei. Una bimba di 8 anni ama di più un gioco con cui interagire e Barbie può essere un gioco di logica e fantasia».
 
Barbie non è un modello un po' immutabile? È eternamente giovane.
«C'è una società che tenda al brutto, allo sgradevole e al vecchio? Barbie è cambiata moltissimo: negli anni '60 aveva trucco pesante, non sorrideva mai, negli anni '70 era più fresca e rosea con capelli lunghi e ciglia sottili con espressione da teenager, negli anni '80 aveva un trucco più strutturato, negli anni '90 diventa uno pseudo-manga adeguandosi al concetto di bellezza dell'epoca: finora sono conosciute almeno 12 modellature di viso moderne».
 
Colpa della testa troppo grande invece se Tania non ha riscosso lo stesso successo di Barbie?
«È stata vissuta da sempre come la Barbie di serie B, che imitava Barbie. In realtà ha anche lei una storia importante. Per creare questa bambola più a buon mercato rispetto alla carissima Barbie, venivano usate le modellature e i pezzi di materiale di risulta di altre bambole, che concedevano o non concedevano la licenza di usare quel pezzo. Era la sua versione cheap. Negli anni '80 una Barbie costava 25mila lire e una Tania 7mila lire».
 
E a proposito di valore, quanto conta il suo tesoro e compra ancora Barbie nuove?
«Al di fuori del mercato collezionistico Barbie non vale nulla. Ciò che ho affidato in giro a varie mostre, ossia circa 300 bambole, ha un valore di 73mila euro. Una Barbie di primo conio, quella dipinte a mano, ha un valore di 7mila dollari completa di scatola e piedistallo se è bionda, 8500 se è mora perché ne venivano prodotte in meno: 2 terzi di bionde e un terzo di more. Compro ancora bambole nuove, sicuramente alcuni pezzi da collezione e poi sono sempre alla ricerca del Santo Graal, di ciò che ci potrebbe essere e non c'è».
 
Lei è un medico, i suoi pazienti come prendono la sua passione per le Barbie?
«A parte qualcuno che rimane sconvolto per bigottismo, in molti suscita ironia e curiosità. Nella sala d'attesa del mio studio ho vestito le Barbie da medico».
 
È assicurato? Come le tutela?
«Sì, sono assicurato. E mi prendo cura delle Barbie: non sono mai esposte alla luce, alla polvere. Devono avere l'aspetto del nuovo pur non essendolo. A differenza di alcuni collezionisti che preferiscono conservarle in scatola per serbare il ricordo di quando le hanno viste, a me piace sporcare il ricordo e amo ricercarle anche fuori scatola, perché hanno quel sapore di vissuto. Se si sporcano le pulisco, se si sgualciscono i vestiti li stiro, se si spettinano i capelli li sistemo».
 
A chi le lascerà, ha pensato ad un museo?
«No, un museo è complicato, perché si pensa che il museo del giocattolo non sia un museo di storia. Intanto sono in contatto con il Museo del giocattolo di Zagarolo. Poi ho un file excel con cui ho catalogato tutte le Barbie. Alla fine le lascerò a mio figlio, che detesta le bambole e il loro mondo, perché in qualche modo gli hanno sottratto quell'interesse maggiore che avrei dovuto avere per lui. Ha sempre detto che il giorno in cui le erediterà le brucerà, per cui al momento giusto, se sono ancora capitalizzabili, le venderò per lasciargli l'equivalente in denaro. Se non dovessi farcela, gli resterà il foglio excel con la valutazione aggiornata ogni 3 anni e potrà venderle con cognizione».
 
Ci sono Barbie contraffatte?
«In realtà più che Barbie contraffatte ci sono cloni: esistono barbie ripristinate anche in modo maldestro ma è un lavoro improvvisato da molti. Il collezionista neofita è spesso tratto in inganno, solo l'esperienza può salvare.
Ma il difetto dei collezionisti è che non amano affidarsi a chi è esperto. In Italia molti guardano a chi ne sa di più non con rispetto ma con sospetto e quindi non ti interrogano mai».
 
E invece Barbie nuove contraffatte arrivano in Italia?
«Sì, è possibile trovarne perché è scaduto il brevetto: un'azienda può comprare la testa di Barbie e montarla su un corpo diverso da quello originale. Da qui la necessità dei produttori di Barbie di differenziare il più rapidamente possibile per evitare imitazioni».
 
Esiste Barbie intellettuale?
«Esiste Barbie con numerose lauree. Compresa l'ultima in astrofisica. Lei può essere ciò che vuole».
 
La Barbie più strana?

«Non è tanto Barbie ma la sua sorellina Skipper perché nel 1978 fu progettato un modello che si trasformava da bambina a teenager con la sola rotazione del braccio sinistro: cresceva di due centimetri e le spuntava il seno. Attualmente alcune Barbie sono state censurate per i tattoo perché alcuni collezionisti sono puristi e pensano non debbano essere tatuate. Secondo me era più imbarazzante la Barbie con il cagnolino che mangiava e faceva i bisogni e lei doveva pulire».

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