Trattato di Roma, l'ultimo testimone, Achille Albonetti: «La Cee figlia dei colloqui segreti sulla bomba atomica europea»

Trattato di Roma, l'ultimo testimone, Achille Albonetti: «La Cee figlia dei colloqui segreti sulla bomba atomica europea»
di Diodato Pirone
6 Minuti di Lettura
Martedì 21 Marzo 2017, 09:05 - Ultimo aggiornamento: 22 Marzo, 13:33

ROMA Achille Albonetti, novant’anni da un mese, ma con l'energia e la voce di un cinquantenne, è forse l’ultimo testimone vivente della firma del Trattato di Roma per il quale seguì passo passo le trattative da diplomatico esperto di economia e assieme all’ambasciatore Roberto Ducci.

Cosa ricorda di quel giorno?

“Fu una cerimonia velocissima: mezz’ora. I leader tecnicamente firmarono dei fogli bianchi perché gli ultimi dettagli scritti non erano ancora pronti. Si trattò di un evento un po’ triste intanto perché fuori pioveva ma soprattutto perché nessuno credeva né nell’Europa né nel Trattato”


Achille Albonetti indicato dalla freccia 


Nessuno credeva nell'Europa?

“Tre anni prima il parlamento francese aveva fatto saltare la Ced, l’Unione della Difesa. E la Ced significava preparazione dell’unità politica dell’Europa e bomba atomica comune”.

Bomba atomica europea?

“Sì. Bisogna capire il contesto. Siamo in piena Guerra Fredda e i leader europei volevano impedire a tutti i costi non solo che ritornassero venti di guerra fra gli europei ma che americani e russi scegliessero di affrontarsi sul terreno europeo. La spinta all'Unione europea nasce da un'esigenza politica e di difesa prima che economica”.

Un momento, allora, riavvolgiamo per bene tutto il film.

“L'idea di Europa unita nasce politicamente nel dopoguerra dall'incontro di tre grandissimi europeisti: Konrad Adenauer cancelliere tedesco; Robert Schuman premier francese e Alcide de Gasperi, presidente del Consiglio italiano. Tutti e tre erano di rigidi principi cattolici e tutti e tre parlavano in tedesco. Si capivano al volo”.

Cosa accedde in concreto?

“Nel '51 nacque la Ceca, la Comunità europea del carbone e dell'acciaio. Ma si trattava di un progetto culturalmente vecchio perché carbone e acciaio erano legati alle ragioni dei due conflitti del '14/'18 e del '39/'45. Conflitti convenzionali, ma ormai eravamo nell'era atomica. E infatti subito dopo nacque la Ced, l'Europa della Difesa che significava anche un preludio all'unità politica. Però nel '54 la Ced saltò per via dell'opposizione del parlamento francese. Si trattava della Francia della Quarta Repubblica, debole, con governi che cambiavano in continuazione e che non riusciva a liberarsi dai nodi coloniali rappresentati dal Vietnam e dall'Algeria”.

E allora perché nonostante l'alt francese alla Ced si torna a parlare di bomba atomica europea e di Unione europea?

“Una forte spinta all'unità europea venne, poco dopo il '54, da episodi oggi dimenticati ma che all'epoca fecero un enorme scalpore”.

Quali?

“Nel '56 i russi invasero l'Ungheria. Inoltre francesi e inglesi, con l'appoggio degli israeliani, occuparono militarmente il canale di Suez. Fu una gigantesca sciocchezza. Intanto perché trattare in quel modo i paesi arabi era fuori dal tempo, ma poi perché americani e russi si inalberarono. Gli Usa fecero crollare la sterlina. E Londra e Parigi suonarono la ritirata iniziando a capire che da soli non andavano da nessuna parte”.

Insomma l'idea di Europa Unita fu rilanciata dall'impotenza e dalla paura delle due potenze europee vincitrici della seconda guerra mondiale.

“Fu un miracolo. Nel '54 l'Europa unita sembrava finita e invece due anni dopo rinacque perché soprattutto i francesi tornarono a spingere per una Difesa Comune”.

Ma nell'idea di una bomba atomica europea fu coinvolta anche l'Italia?

“Si. Nel '56 i francesi avviarono colloqui segreti con i tedeschi e gli italiani sull'impiego dell'atomo. Gli americani se ne accorsero un paio d'anni dopo e tedeschi e italiani abbandonarono il tavolo, ma intanto l'esigenza di un'Europa unita era riaffiorata”.

Lei sta dicendo che il Trattato di Roma, che è un trattato di forte cooperazione economica, in realtà nasce da esigenze politiche e militari. La Cee è un po' figlia di un progetto di bomba atomica che coinvolgeva anche l'Italia?

“Non c'è alcun dubbio su questo: l'Europa aveva l'esigenza di difendersi militarmente sul piano nucleare. Questo implicava una politica di difesa comune, anche atomica, e di conseguenza una Unione politica. Poiché questo percorso era impervio, si decise di rilanciare l'accordo economico sul quale però non scommetteva nessuno”.

E invece la Comunità Economica Europea si rilevò un grandissimo successo sul piano dello sviluppo e del benessere. Quale molla scattò?

“A cambiare le carte in tavola fu l'arrivo del generale De Gaulle alla guida della Francia”.

Il Trattato di Roma senza De Gaulle sarebbe rimasto sulla carta?

“De Gaulle era nazionalista ma molto spregiudicato e soprattutto un uomo di leadership ed intelligenza eccezionale. Nel '58 vinse il referendum che diede stabilità politica alla Francia. Poi, subito dopo aver inneggiato in un famoso comizio all'Algeria francese, fece l'accordo per dare l'indipendenza agli algerini a costo di respingere un tentativo di colpo di stato dei suoi generali. Capì immediatamente che per dare ruolo alla Francia nel mondo doveva siglare un'alleanza strategica con la Germania poi formalizzata nel Trattato dell'Eliseo del 1963. Ecco perché De Gaulle superò tutte le resistenze interne e dopo il Trattato di Roma abbassò immediatamente i dazi sulle importazioni delle merci dai Sei Paesi della Cee alzandoli per l'import da altre nazioni. Questa decisione mise in moto l'economia europea che conobbe una grandissima stagione di sviluppo. Una stagione di tale successo che da allora si iniziò a pensare che fosse l'economia e non più la Difesa o la Politica la strada per costruire l'Unione Europea. E questo fu un errore”.

Dottor Albonetti, ma quale fu il ruolo dell'Italia nella definizione del Trattato di Roma?

“Noi come tecnici avevamo la missione di difendere gli interessi italiani senza ostacolare la nascita del Trattato a Sei”.

E quindi?

“Quindi i nostri alleati principali erano i francesi che avevano un'economia debole come la nostra. In comune con i francesi avevamo molti interessi in agricoltura. Diciamo pure che eravamo in scia ai francesi. Condussi quella trattativa in tandem con l'ambasciatore Ducci che era un negoziatore eccezionale”.

Cosa vuol dire?

“Ducci aveva un carattere spigoloso ma apparteneva alla scuola di Giovanni Malagodi, un altro grande tecnico italiano che poi entrò in politica con i liberali fino a diventare presidente del Senato. Malagodi parlava quattro lingue e trattava con i suoi interlocutori nella lingua dell'interlocutore, il che spesso gli consentiva di raggiungere risultati insperati”.

E a livello politico?

“Ricordo bene che i nostri ministri e più in generale i politici italiani chiamati a seguire il Trattato di Roma non mostravano un interesse particolare. Del resto, in Italia la politica estera non è stata mai considerata per il peso che merita. Inoltre dopo De Gasperi in quegli anni non emersero figure politiche tali da poter contribuire con il proprio carisma a far avanzare l'Unione Europea. Non che personalità come Aldo Moro o Amintore Fanfani non avessero peso internazionale, ma i governi cambiavano spesso e con essi il ruolo istituzionale dei vari politici. Niente a che fare con De Gaulle e Adenauer che guidarono i loro paesi per anni e diedero vita all'asse franco-tedesco che ancor oggi guida l'Europa”.

Lei ha conosciuto personalmente De Gaulle e Adenauer?

“Sì. Ho molto ammirato De Gaulle che era davvero un uomo fuori dal comune. Di Adenauer ricordo un incontro nel bellissimo castello di Bad Godesberg. Era un signore dritto, austero, asciutto. Sembrava scolpito in un tronco d'albero. Non si stancava di ripetere che per lui, che tra l'altro aveva conosciuto gli americani da vicino come sindaco di Colonia, solo l'Europa poteva dare un futuro ai tedeschi”.




 

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