Le scritte in Alto Adige/ Cancellare i nomi italiani una follia che va fermata

di Carlo Nordio
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Giovedì 9 Marzo 2017, 00:48

Può sembrare una questione marginale, ma non lo è. La Commissione dei Sei, incaricata di occuparsi del bilinguismo nella toponomastica dell’Alto Adige, sarebbe orientata a sopprimere le indicazioni in lingua italiana. Questa eventualità ha già sollevato le proteste di molti senatori di tutti gli schieramenti, sensibili (potremmo dire, una volta tanto) ai valori e alle tradizioni del Paese. La decisione, che sembrava imminente, è stata rinviata per mancanza di accordo. E potrebbe essere accantonata. Ma il problema rimane.

Va detto subito che una decisione unilaterale sarebbe contraria al diritto. Il principio cardine del diritto internazionale è quello del “pacta sunt servanda”, e il bilinguismo altoatesino è stato disciplinato dagli accordi tra De Gasperi e Gruber e da successivi interventi, sempre bilaterali. Un po’ come i patti Lateranensi, la mancanza di consenso di una parte renderebbe viziata l’eventuale decisione dell’altra. 

Naturalmente, poiché nell’ambito giuridico non esistono certezze, gli eventuali cavilli sono sempre a disposizione dei promotori anche delle iniziative più stravaganti. Ma prescindendo dai bizantinismi equivoci, la sostanza della questione è molto chiara: o è d’accordo lo Stato Italiano, o le cose devono restare così. Ma questa risoluzione sarebbe anche contraria agli interessi delle parti. 

Non è un mistero che l’Alto Adige goda di particolari facilitazioni, se non addirittura di privilegi, in tutto il vasto settore amministrativo. Una querelle con il nostro Governo potrebbe rinfocolare le polemiche con quei settori che, non sempre a torto, ritengono l’autonomia delle Regioni a Statuto speciale una formula obsoleta e sostanzialmente irragionevole.

La storia e la geografia avevano giustificato, nel secondo dopoguerra, questa disparità di trattamento, che,favorendo i sudtirolesi, aveva evitato un conflitto potenzialmente devastante. La Germania aveva perso, ma l’Italia non aveva vinto. E l’Austria, benché coinvolta nel nazismo fino al collo, poteva anche atteggiarsi a vittima di Hitler quanto di Mussolini. Inoltre il bilinguismo era una realtà evidente, e l’italianizzazione di molti nomi era stata effettivamente forzata. Tuttavia queste erano, e sono, le vie della storia. Dopo la deflagrazione dell’Impero ottomano, nel 1918, l’Europa e il Medio Oriente vennero ridisegnati. Lo stesso accadde nel 1945, e più recentemente in Jugoslavia dopo la morte di Tito.

Se dovessimo sottilizzare sui diritti dei popoli in base alle lingue, l’intero mondo sarebbe in conflitto perenne. Ma i tempi oggi sono cambiati. Gli operatori turistici del Veneto si domandano perchè debbano subire la concorrenza, che a loro sembra sleale, di albergatori, ristoratori e affittacamere soggetti a un sistema tributario e normativo più favorevole. Naturalmente è solo un esempio. Chiunque parli con i bolzanini apprende che, con tutte le lamentele di prammatica, sono ben contenti di essere i privilegiati tra gli italiani, piuttosto che gli ultimi tra gli austriaci. Vale la pena di mettere in discussione tutto questo?Probabilmente la commissione ci rifletterà sopra.

Ma al di là degli argomenti giuridici e degli interessi di parte, esiste un problema culturale. Oggi l’Europa arranca a fatica nel sentiero dell’unità. Benchè ogni intelletto appena avveduto si renda conto che nell’attuale globalizzazione ogni staterello, e persino la Grande Germania, isolandosi dall’Unione rischierebbe di restare schiacciato e destinato alla subalternità, le spinte centrifughe si fanno viepiù forti e insistenti. Queste forze hanno molte valide ragioni: una burocrazia ottusa, asfittica e costosa; una disciplina monetaria eterodiretta o presunta tale; una sostanziale incapacità di gestire, e addirittura di comprendere il fenomeno di un’immigrazione crescente e incontrollata; e infine un’assenza di progetto di governance politica e fiscale, senza la quale l’euro è il termometro di più pazienti diversamente febbricitanti. Ma se le buone ragioni devono ceder a ragioni migliori,la terapia della divisione è la più dissennata e perniciosa. Anche se oggi il problema fondamentale sembra la risoluzione di una crisi economica che ci coinvolge tutti a vario titolo e con varie afflizioni, la matrice del male è l’assenza di una forte volontà identitaria comune.

L’Europa ha già dato un pessimo esempio di sé rifiutando la matrice cristiana nel preambolo della sua Costituzione. Se oggi cominciassimo a discutere sui nomi delle strade di Bolzano,i padri fondatori, da Adenauer a De Gasperi, si domanderebbero se le lezioni della Storia siano state drammaticamente inutili. 

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