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Saletta, tomba dei romani: tredici abitanti e 22 morti

Saletta, tomba dei romani: tredici abitanti e 22 morti
di Renato Pezzini
5 Minuti di Lettura
Venerdì 26 Agosto 2016, 00:16 - Ultimo aggiornamento: 27 Agosto, 09:23

dal nostro inviato
SALETTA C’era una volta Saletta, frazione di Amatrice nascosta fra le montagne, spopolata da un’emigrazione di massa verso Roma, poi ripopolata con un’immigrazione di ritorno, e definitivamente desertificata alle 3.36 di mercoledì. In questo borgo di tredici abitanti il terremoto ha assassinato ventidue persone. Perché c’erano i residenti e c’erano quelli che erano venuti per le ferie, come ogni anno. La scossa ha cancellato il paese, la sua storia, i sorrisi che riempivano le sere d’estate quando erano di nuovo tutti insieme. Era una enclave romana nel cuore della provincia di Rieti. Adesso è una montagna di macerie da cui affiorano antenne paraboliche deformate, lavatrici sgangherate, brandelli di mobili, parvenze di una quotidianità che si è frantumata.

 

VERO SIMBOLO
Non c’è un’icona della distruzione più feroce di quella offerta da Saletta. «Una cosa così terribile l’avevo vista solo a Onna, dopo il terremoto dell’Aquila» dice un pompiere prima di risalire sulla sua jeep. Il lavoro è finito, la conta dei morti conclusa, non c’è più nessuno da cercare. Qualcuno è riuscito a salvarsi. Dalla finestra della casa di Mino e Valeria penzolano due lenzuola attorcigliate, si sono calati giù come due evasi in fuga dalla palazzina che si stava piegando su sé stessa e ora è lì, tutta sghemba e piena di crepe, prossima al collasso. Mino e Valeria non sono nemmeno tornati a vederla, sono andati a Roma in fretta e furia, e chissà se torneranno mai quassù. Anche Elisabetta e Maurizio Tocca si sono salvati, e con loro i figli Pietro e Marcella: «Salvati? La parola giusta è miracolati». La botta del terremoto ha catapultato i loro letti direttamente sulle macerie, si sono risvegliati indenni in una nube densa di polvere, come in un cartone animato. Stanno ancora col pigiama indosso perché qui sono venuti i vigili del fuoco a scavare e i cani a fiutare cadaveri, ma i soccorsi ai senzatetto arrivano solo ora, all’imbrunire del secondo giorno. Elisabetta ha gli occhi gonfi mentre la pala meccanica facendosi largo fra i sassi abbatte un ciliegio che stava nel giardino: «Mio padre l’aveva piantato quando sono nata io, anno 1962».
AFFETTO E MACERIE
A Roma c’era andata dopo il matrimonio, il lavoro all’Istituto tecnico Giovanni XXIII, la nascita dei figli, e la conta dei giorni che mancano alla pensione con l’idea fissa di tornare a Saletta in quella casa di famiglia che adesso è un perimetro di macerie. Marcella, la figlia, è voluta tornare subito a Roma. Lei, il marito e il figlio sono voluti rimanere. Hanno dormito in un pollaio, hanno rimesso insieme ricordi e nostalgie, rievocato nomi e biografie e volti di quelli che non ci sono più. 
Remo, per esempio, aveva fatto il taxista nella Capitale per trent’anni. Maurizio ce l’ha ancora davanti il suo sorriso quando si incontravano in un bar dalle parti di piazza Indipendenza: «Qualche mese fa mi aveva detto che andava in pensione: “Tu te ne stai qui a lavorare, io me ne torno al paesello”». E ci era tornato con Rossella Nobile, la moglie, casa rimessa in sesto, una camera per i parenti in visita, la soddisfazione di una vita nuova, senza tassametri, senza corse notturne, senza clienti scorbutici che chiedono di andare in fretta. Remo e Rossella li hanno tirati fuori mercoledì pomeriggio. Morti entrambi. Poco prima avevano recuperato i cadaveri di Gabriele e Maria Sebastiani (a Saletta si chiamano quasi tutti o Nobile o Sebastiani) che pur tornando a vivere quassù avevano comunque tenuto un appartamento a Roma per l’inverno, ma da marzo a ottobre non si muovevano da qui. Gabriele e Loretta Nobile, invece, sono stati gli ultimi ad essere individuati dai cani. Prima hanno tirato fuori lui, poi hanno tirato fuori lei fra il pianto dei figli corsi da Roma. Andrea aveva detto addio alla Capitale nel 2012 vincendo le resistenze di Renata, la moglie. Martedì sera Renata si era fatta male, Andrea l’aveva portata in ospedale a L’Aquila. Quando era tornato, intorno a mezzanotte, c’era tutto il paese ad aspettarlo perché le apprensioni di uno sono le apprensioni di tutti: «Sta bene, la tengono un paio di giorni in osservazione». Era andato a letto sereno. Il suo nome adesso allunga l’elenco delle ventidue vittime della frazione. Insieme con quelli di Bruno e Lella arrivati a inizio agosto per le vacanze. 

 
C’ERA LA FESTA
Il giorno della festa grande, a Saletta, è il 13 agosto. Si celebrano la Madonna e San Silvestro, si mangia e si beve tutti insieme, ma solo dopo la messa nella piccola chiesetta in cima al paese. E’ rimasta in piedi solo una parete bianca, con un crocefisso di ferro che pende da un lato. «Quest’anno c’eravamo proprio tutti» sussurra Elisabetta «c’erano più di cento persone, tutta gente partita da qui molti anni fa». Erano arrivati anche sua sorella e suo cognato da Darwin, Australia, e avevano cominciato a parlare dell’idea di tornare qui per sempre. L’ultima casa in fondo al paese è quella di Elio Sebastiani, il solo che aveva rinunciato alle tentazioni di Roma e pervicacemente non si era mai mosso da Saletta. Elio è morto qualche mese fa. Ad agosto nella sua casa era venuta la sorella Elide, con figlia e genero, tutti e tre sepolti dal tetto piombato in un istante sulle loro camere da letto nello stesso istante in cui anche il bed and breakfast Margherita si è afflosciato: c’erano tre clienti, giovani venuti da Roma «per respirare aria buona». Ieri sono arrivati i genitori per riconoscere i cadaveri.
 

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