Tarantini, la procura di Lecce
indaga sui magistrati di Bari

Giampaolo Tarantini
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Venerdì 2 Settembre 2011, 11:02 - Ultimo aggiornamento: 2 Ottobre, 17:41

ROMA - La Procura di Lecce indaga sull'operato dei magistrati di Bari in relazione all'inchiesta su Giampaolo Tarantini e le presunte estorsioni al premier Silvio Berlusconi.

Si è aperto un nuovo capitolo giudiziario nella vicenda del giro di prostitute che Tarantini portava a casa di Berlusconi e questa volta non riguarda l'imprenditore barese, ma gli stessi magistrati della Procura di Bari che indagano su di lui. La Procura di Lecce (competente sui magistrati del distretto della Corte d'Appello di Bari) indaga sull'operato dei colleghi di Bari in relazione all'inchiesta sulle escort a palazzo Grazioli che vede Tarantini accusato di sfruttamento della prostituzione. Il procuratore di Lecce, Cataldo Motta, non conferma e non smentisce, ma è emerso che l'inchiesta è legata al filone napoletano dell'affaire Tarantini che ieri ha portato in carcere lo spregiudicato imprenditore e sua moglie per una presunta estorsione nei confronti di Berlusconi.

L'inchiesta di Lecce sui magistrati baresi avrebbe origine da alcune intercettazioni telefoniche dello scorso luglio tra Tarantini e Valter Lavitola (che è sfuggito all'arresto perché è all'estero). Nelle telefonate, i due parlano di magistrati baresi e del procuratore, Antonio Laudati, in relazione all'andamento e ai tempi dell'inchiesta e alle strategie processuali da adottare. In particolare, Tarantini, che appare a più riprese in ansia per la sua situazione, il 17 luglio parla con Lavitola dell'intervista appena pubblicata in cui Patrizia D'Addario racconta di essere stata strumento di un complotto ai danni di Berlusconi e di essere stata indotta dal suo avvocato difensore e dal pm inquirente a parlare della vicenda delle feste a casa del premier.

Tarantini spiega a Lavitola che il tutto è stato organizzato per rinviare la chiusura dell'inchiesta «per non mandare l'avviso di conclusione, così non escono intercettazioni». «L'ha fatto apposta Laudati - dice - perché si sono messi d'accordo, nel momento in cui riaprono l'indagine e non mandano l'avviso di conclusione, le intercettazioni non diventano pubbliche». Per avvalorare la sua tesi, Tarantini dice che anche i suoi avvocati difensori, Nicola Quaranta e Giorgio Perroni, gli hanno confermato tutto. Quaranta, ascoltato oggi dai magistrati napoletani, ha smentito tutto. Una accusa analoga al procuratore era partita lo scorso luglio dall'interno della stessa procura di Bari: il sostituto Giuseppe Scelsi (ora trasferito alla procura generale del capoluogo pugliese) aveva scritto al Csm accusando Laudati di averlo estromesso dall'inchiesta sulle escort e averne di fatto ritardato la conclusione. Scelsi è il magistrato che per primo aveva indagato sulle prostitute a palazzo Grazioli ed era titolare dell'inchiesta quando, nell'estate 2009, scoppiò il caso D'Addario.

All'attenzione della Procura di Lecce ci sarebbero anche altre intercettazioni in cui Gianpi e Lavitola fanno riferimento a terze persone non esplicitate. Tarantini dice di avere parlato con l'avvocato Quaranta che è andato a «parlare con il capo». «Là c'è un problema grosso - dice - praticamente quelli dove andasti tu a parlare hanno fatto un puttanaio, un putiferio, hanno trascritto tutto, cosa che non dovevano fare..». «E quello lui, il capo stava cacato nelle mutande, ha detto ti prego aiutatemi...» perchè, aggiunge, quello «non se la può più tenere questa cosa finale, la deve per forza mandare». In un'altra telefonata Tarantini parla con Lavitola degli sviluppi dell'inchiesta: «Lui ha detto a Nicola (l'avv.Quaranta, ndr) che il suo ruolo è fallito, hai capito, perché lui era convinto, ti ricordi, di archiviarla». Lavitola ribatte: «Sissignore. Il suo ruolo è fallito».

Intanto l'inchiesta della procura di Napoli sul presunto ricatto ai danni di Berlusconi che ha portato all'arresto di Tarantini, della della moglie Angela Devenuto e all'emissione di un'altra ordinanza di custodia nei confronti del direttore dell'Avanti Valter Lavitola, che si trova all'estero va avanti. L'attività dei magistrati prosegue a ritmo sostenuto. Oggi i pm Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock hanno ascoltato tre testimoni nel tentativo di rafforzare l'impianto accusatorio e acquisire pertanto nuovi elementi a sostegno della tesi di un premier sotto schiaffo, costretto a versare ingenti somme di denaro all'imprenditore pugliese per scongiurare ulteriori conseguenze negative dalla vicenda delle escort. Una situazione che si sarebbe potuta aggravare - sostengono gli inquirenti - attraverso un mutato atteggiamento di Tarantini al processo in corso a Bari sulla vicenda delle escort che l'imprenditore avrebbe procurato per le serate di Villa Certosa e Palazzo Grazioli.

Gli inquirenti oggi hanno sentito in qualità di persone informate dei fatti due legali di Tarantini, Nicola Quaranta e Giorgio Perroni, ascoltati in mattinata negli uffici della questura a Roma. E poi a Napoli la segretaria particolare di Berlusconi, Marinella Brambilla. Due i profili sui quali si è concentrata l'attenzione dei pm in seguito a una serie di intercettazioni telefoniche: la questione della strategia processuale che avrebbe potuto assumere Tarantini, e che chiama in causa il ruolo dei penalisti, e la questione del pagamento materiale delle somme di denaro, che la segretaria di Berlusconi avrebbe consegnato nelle mani di un collaboratore di Lavitola. Qualcuno dei legali avrebbe informato Tarantini dell'effetto «catastrofico» per il premier conseguente alla pubblicazione delle trascrizioni delle telefonate delle escort suggerendo di evitare uno scenario simile attraverso un patteggiamento che avrebbe impedito la diffusione degli atti più scabrosi.

Tra Tarantini e Lavitola si intrecciano allora una serie di telefonate volte a mettere a punto le prossime iniziative processuali con lo scopo di ottenere invece «nella misura massima possibile come scrive il gip - , consistenti somme di denaro da Berlusconi. sarebbe stato Lavitola a suggerire di tener ferma - di fronte ai suoi avvocati e a quelli di Berlusconi che sembrano "premere" per la soluzione del patteggiamento - la decisione di voler affrontare il dibattimento. Un sistema che sarebbe servito a spillare denaro al premier come in realtà, secondo gli inquirenti, in realtà avvenne: oltre 500mila euro destinati ai coniugi Tarantini sui quali però Lavitola avrebbe fatto una "cresta" di ben 400mila euro. Ed ecco dunque la necessità di approfondire, con l'interrogatorio della Brambilla, questo secondo e fondamentale aspetto, ovvero il pagamento dei soldi.

Dalle intercettazioni emerge che la segretaria "storica" di Berlusconi ha parlato più volte con Lavitola di denaro, sia pure con un linguaggio criptico (dove "stampa delle foto" significava appunto soldi, secondo i magistrati) ed ha consegnato materialmente le somme consegnate prima dalla Brambilla a Rafael Chavez, collaboratore di origine peruviana del Lavitola che la Brambilla nelle telefonate chiama "Juannino"". Tre ore è durato l'interrogatorio della segretaria del premier che alla fine si è allontanata attraverso una uscita secondaria. Sull'audizione non sono trapelate indiscrezioni, anche se i magistrati non avrebbero nascosto soddisfazione sull'esito dell'interrogatorio.

Per sabato è fissato a Napoli un altro appuntamento clou dell'inchiesta con gli interrogatori di garanzia di Tarantini e della moglie, che dovrebbero essere ascoltati dal gip Amelia Primavera nel carcere di Poggioreale e in quello di Pozzuoli dove sono rispettivamente detenuti.


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