Suicida per l’hashish, la madre coraggio chiamò la Finanza

di Paolo Graldi
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Giovedì 16 Febbraio 2017, 00:28

Eccolo davanti alla bara del figlio, in cento parole che andrebbero scolpite e rese definitive, il grido di dolore di una madre disperata e tuttavia lucidissima, lo strazio nel lutto più grande, che diviene insegnamento alto e nobile. Giò, sedici anni, un ragazzone promessa del calcio locale.

Un ragazzo con le inquietudini di un’adolescenza trattenuta, che si è lanciato dal terzo piano dell’appartamento dove viveva con la madre adottiva a Lavagna, Riviera del Levante, durante una perquisizione della Guardia di Finanza. Pezzetti di hashish in tasca, trovati all’uscita da scuola e, su sua indicazione, altri grammi nascosti in casa. In un attimo la tragedia, inspiegabile.

E proprio a quei militari, cauti nel procedere a quell’atto, Antonella Ricciardi, ha rivolto un sincero ringraziamento, un “pensiero particolare”: «Hanno saputo ascoltare l’urlo di dolore di una madre che non poteva accettare di vedere suo figlio perdersi ed ha provato con ogni mezzo a combattere la guerra contro la dipendenza prima che fosse troppo tardi».

Parole che si calano, in queste ore di strazianti riflessioni, all’interno di un dibattito che coinvolge anche la magistratura, perché il Procuratore Francesco Cozzi ha invocato leggi capaci, in simili circostanze, di imporre particolari cautele e accorgimenti. 

Tutto si è svolto senza che vi fossero avvisaglie, nessuna premonizione, soltanto il disagio di un ragazzo adottato (da piccolissimo, dalla Colombia) che non ha retto il confronto con quel brusco richiamo alla realtà. Stupende le parole di questa madre. Il dolore, quando si trasforma in oceano incontenibile, o inghiotte e sommerge o scatena una forza straordinaria, quella forza che ritroviamo nell’estremo saluto («Fai buon viaggio, piccolo mio») di una donna che si rivolge agli amici del figlio, ai ragazzi, ai genitori, agli educatori come in una preghiera laica che assume su di sé le responsabilità dei diversi ruoli ma che si allarga ad una raccomandazione corale sul come affrontare la vita distinguendo il vero dal falso, ciò che è eccezionale da quel che è sana normalità.

«Perdonami per non esse stata capace di colmare il vuoto», ha scandito a ciglio asciutto per sviluppare una analisi della condizione giovanile nella quale molti non stenteranno a riconoscersi: «Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre Oltre è normale: qualcuno vuole soffocavi». 
E ancora, lanciando un monito e insieme una visione: «Cercate lo straordinario. Straordinario è mettere giù il cellulare e parlarvi occhi negli occhi, invece di mandarvi Whatsapp; straordinario è avere il coraggio di dire alla ragazza “sei bella” invece di nascondersi dietro frasi preconfezionate».

E poi, straordinario «è dire ciò che sapete» anche quando sembra che non ci sia via d’uscita. E infine: uniamoci, facciamo rete. Quella rete che poteva raccogliere il volo di Giò ma che non c’era. Conosceva bene suo figlio mamma Antonella, e nel giorno più grave della sua esistenza, ci consegna il senso autocritico di una distrazione e di una impotenza diffusa e ad altissimo rischio, frammenti di vite risucchiate dagli ologrammi, dal desiderio di sperdersi nel rifugio di una “canna”, o anche nell’ebbrezza di qualcosa di peggio. 

Troppi episodi segnalano con crescente frequenza uno standard di comportamenti che rapidamente vanno fuori controllo. Inchieste giornalistiche con video registrati di nascosto davanti alle scuole, ovunque nel Paese, ci raccontano di una “normalità” dei giovanissimi nel rapporto con le droghe, tenute a portata di mano per placare frustrazioni e inquietudini. Il guaio è che appare difficile, faticoso, spesso perdente il concetto elementare, così come lo cantava Lucio Dalla, che la cosa «veramente eccezionale è essere normale». 

Grazie al coraggio di questa madre per la lezione di forza e di speranza che ci ha consegnato. In fondo Giò ha lasciato un vuoto ora riempito con un immenso atto d’amore.

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