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Terremoto, solo la ragione e il coraggio contro la paura

Terremoto, solo la ragione e il coraggio contro la paura
di Mario Ajello
5 Minuti di Lettura
Giovedì 25 Agosto 2016, 09:21
dal nostro inviato

AMATRICE
Il terrore, il dolore e la morte. Ma anche lo sgomento del proprio a noi? Proprio qui? Proprio ora?. Questo si legge sui volti di chi è stato colpito dal sisma, di chi piange i familiari o di chi ancora li cerca tra le pietre cadute («Ho trovato la camicia del nonno. Ma non sento il suo respiro») di chi fugge e di chi prova a rimanere - per ora sdraiato su una brandina delle tendopoli di Amatrice o di Accumoli - sognando un futuro semmai ci sarà. E tutti sanno che all'Aquila dopo tanti anni il futuro non accenna ancora ad arrivare.
Tre Italie si mischiano e si compatiscono in questa bolgia di polvere e di sofferenza. L'Italia che di botto, alle 3,37 ancora fissate sul campanile medievale di Amatrice che non crolla, ma l'ospedale anni 60 è semi diroccato, scopre la precarietà di tutti noi, gens tecnologica e abituata a una bellezza di luoghi e di atmosfere che si credevano eterne.
AMATRICE E invece si rivelano ancora una volta, ma come se fosse sempre la prima volta, fragili e volatili. Come le mosche sulla groppa di un cavallo e basta una scrollata, la scrollata del sottosuolo, e tutto finisce per aria o per terra.

C'è questa Italia sgomenta davanti al rivolgimento delle proprie certezze e delle proprie abitudini e c'è l'Italia - nel sisma che è un riassunto - delle centinaia di volontari e volontarie arrivate da ogni dove e che parlano ogni dialetto, e con la pettorina gialla portano tra le braccia, con dolcezza tanto grande quanto l'efficienza, i bambini verso la tendopoli ai piedi di Amatrice. E «vuoi lo jo-jo?», chiede a una piccola sfollata un omone barbuto arrivato da San Giuliano di Puglia, che il suo terremoto lo ebbe nel 2002, «o vuoi che ti canto le canzoncine?».

LA SOLIDARIETÀ
L'Italia della solidarietà, ecco. Il Paese della gara a donare il sangue che coinvolge ogni contrada, anche la più lontana, e dei trattori degli abitanti delle zone intorno all'epicentro delle scosse che già nella notte sono stati messi a disposizione della Protezione civile insieme alle carriole dei contadini e alle mani nude che scavano alle prime luci dell'alba. Sono i mezzi e i muscoli degli italiani che in momenti come questi - e come fu in guerra e durante la ricostruzione post-bellica e nella Firenze allagata e in ogni altra emergenza - danno il meglio di se stessi nel capovolgere ogni cliché, davvero ingiusto e superatissimo, sull'individualismo casereccio, sul cinismo nostrano, su quel culto del particulare che già faceva a suo tempo inorridire ogni vero patriota come Francesco Guicciardini. E ci sono le bandiere tricolore, ogni tanto, su queste macerie ancora fumanti che parlano anche di altruismo e di generosità. A riprova che aveva ragione Ernest Renan secondo cui la nazione è una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici compiuti e da quelli che ancora si è disposti a compiere insieme.

Ogni volta questa Italia che sa reagire e che si sa unire ci stupisce ma ogni volta lo stupore non deve esistere perché ci appartiene, e non da oggi, questo modo di essere italiani. La terza Italia però, vista da questa polvere e in mezzo al rumore delle sirene che si alterna con il silenzio del raccoglimento e dell'operosità (ci sono volute appena due ore per montare l'ospedale da campo ai piedi dell'ospedale crollato sulla strada che porta o portava ad Amatrice), è l'Italia della prevenzione che non c'è e quella dell'ossimoro dell'emergenza permanente. È mai possibile che, dopo l'Irpinia, dopo Perugia e Assisi, dopo la Puglia nel 2002, dopo l'Aquila, dopo l'Emilia, dopo tutto, il Belpaese non è riuscito a dotarsi di una cultura anti-sismica, di una coscienza e dimena cultura edilizia all'altezza delle sfide della natura che in questa zona sono di livello uno, ovvero è da 15 anni che il Reatino e dintorni sono considerati territorio ad altissimo rischio terremoti? A Norcia, qui dietro, ci fu un disastro nel 1979 e si è proceduto con interventi anti-sismici. Infatti, i danni dell'altra notte in questa cittadina sono stati irrilevanti. Non si potrebbe fare così dappertutto? Uno dei primi edifici crollati ad Amatrice eccolo qui, sembra diventato piccolo piccolo, ora che è sdraiato sulla propria morte, e piccolo non lo era affatto quando viveva con i suoi bambini dentro. Si tratta della scuola, azzerata dalle scosse. L'edificio non risale al medioevo - che oltretutto è protettibilissimo grazie ai sistemi di sicurezza moderni, basta applicarli - ma al 2012: è stata inaugurata appena quattro anni fa.

Il paradosso, in queste tre Italie che ora si abbracciano ma per certi aspetti contrastano, è che la tecnologia che noi consideriamo uno scudo che ci tiene sicuri - assicurandoci sociabilità, comunicazioni, rendendo la vita più facile, più moderna e più accessibile in tutte le sue bellezze e comodità - potrebbe essere anche quello che aiuta a fronteggiare le calamità naturali, grazie a sistemi di costruzione adeguati e innovativi, ma invece no: quello è il tasto che resta fermo nell'età ipertecnologica dell'Italia d'oggi. Estraendo, ieri mattina, il corpo di un nonno ucciso dal crollo della casa, ma i nipotini e la moglie si sono salvati, un giovane volontario che ha studiato sismologia ha fatto notare ai presenti: «In Giappone, un terremoto che ha investito un'area di estensione simile a quella abruzzese sette anni fa e della stessa magnitudo di quello dell'Aquila, dove sono morte 307 persone, ha provocato zero vittime». L'Italia della non prevenzione (la previsione è un altro discorso) paga questa differenza. E l'homo tecnologicus nostrano del terzo millennio si scopre simile al suo antenato del 600, a cui risalgono parte delle attuali macerie: disarmato di fronte alla natura.
 
Iper-moderni ma in fondo primitivi. Ovvero fatalisti e non consapevoli che il terremoto - lo capirono Voltaire e gli illuministi dopo il tremendo sisma di Lisbona 1755 - è un nemico che si può battere con gli strumenti della ragione. Anche se esso rappresenta - lo scrisse proprio Voltaire nelle sue considerazioni sul celebre disastro portoghese - la smentita all'illusione che viviamo nel migliore dei mondi possibili e che le catastrofi naturali non appartengono al mondo sviluppato.
L'INCUBO AQUILANO
E così le scene che si vedono sono scene purtroppo già viste. E gli eventi che si ripetono, un terremoto dopo l'altro, sono eventi quasi rituali. Raccontano di un'Italia che tutti ci invidiano - occhio ai manifesti stradali caduti o ricoperti di polvere ad Amatrice che esaltano questo luogo storico-artistico dei buoni sapori e dei buoni saperi - e a cui un sisma strappa le radici, scippa l'identità, cancella la bellezza, sbriciola l'orgoglio di una grande storia. Colpendo un popolo nelle cose più forti che ha e che sono anche quelle più difficili da ricreare. Come dimostra l'Aquila, che non è lontana da qui, che è ridotta ancora al resto di niente e il vuoto che è diventata è lo spettro che stanotte, e le notti che verranno, toglie il sonno ai nuovi profughi.