Schiavi per pochi euro: la vita da braccianti di Samba e Ablaye, fra lavoro nei campi, pranzi a terra e insulti razzisti

(Foto Ansa)
di Mario Meliadò
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Venerdì 22 Settembre 2017, 23:47 - Ultimo aggiornamento: 23 Settembre, 19:13

Arduo non prestare attenzione alle storie dei braccianti che venivano “strizzati” senza pietà ad Amantea. Per loro non c’era fiducia; non c’erano attrezzature per agevolarli nel trasporto degli ortaggi raccolti; non c’erano riguardi di sorta; non c’erano pause adeguate a un lavoro sfiancante. E – ciliegina sulla torta – non c’erano neppure quei due quattrini (“pochi, maledetti e subito”) promessi. C’erano, più che altro, «turni di lavoro massacranti e modalità schiaviste», come avrà a dire qualcuno dei lavoratori sentiti dalle forze dell’ordine, umiliazioni e insulti di matrice xenofoba.
 
Samba S., 31enne del Gambia (precisamente di Basse), richiedente asilo, ai 75 euro al mese versati dallo Stato aveva pensato d’affiancare qualche giornata settimanale da bracciante agricolo. È così che è finito nelle mani di “Pino”, cui era stato indirizzato da Salvatore, «un altro signore che conoscevo quale intermediario per un pregresso rapporto lavorativo» svolto a Campora, rivela Samba agli investigatori.

Il gambiano incontra il suo nuovo datore di lavoro davanti a un supermercato amanteano. È tranquillo, lui: garantisce il mediatore, che gli ha anche detto «che il signor Pino mi avrebbe fatto un contratto di lavoro stagionale». Al momento dell’appuntamento, però, “Pino” gli fa sapere che avrebbe dovuto lavorare nei campi per lui «per 4 o 5 giorni a settimana per euro 25 al giorno per un totale di 10 ore giornaliere compreso la pausa pranzo di un’ora e che per il contratto poi ne avrebbe riparlato più avanti». In realtà, svela Samba nella sua deposizione, «ciò non è mai avvenuto e ho sempre lavorato in nero nonostante le mie lamentele» raccogliendo cipolle, pomodori e melanzane.
 
In più, il proprietario-sfruttatore chiese al bracciante di Basse di «portare con me altre 5 persone a me amiche sempre di nazionalità straniera e richiedenti asilo». Così, tutti e sei i coltivatori quasi ogni giorno andavano nei campi di “Pino” «direttamente con le nostre biciclette tranne, a volte, quando pioveva, che veniva lo stesso Pino a prelevarci e condurci sul posto» sulla sua Mercedes blu, con modalità tipiche del caporalato più bieco.
Micidiali le modalità di lavoro: «Iniziavamo a lavorare dalle ore 7:00 del mattino per finire alle successive ore 17:00», è scritto a verbale. Pause? «Avevamo solo un’ora di pausa pranzo dalle 13:00 alle 14:00 e nessun’altra pausa». Nessun utensile idoneo alla raccolta degli ortaggi era fornito dal proprietario agricolo: «Ci fornivano solo coltelli, zappe e ceste ma nessun indumento, guanti, carrelli o altri strumenti o vestiario analogo». Peraltro, se qualcuno voleva bere un po’ d’acqua o altre bevande durante il lavoro, doveva essere lui a portarsele da casa.
 
E gli emolumenti? Quegli scarni 25 euro al giorno venivano pagati solo alla fine della settimana, al sabato pomeriggio; però, risponde alle domande il 31enne lavoratore, il datore di lavoro «mi deve euro 100 per il lavoro effettuato», e in realtà aveva pagato solo in parte anche tutti i suoi amici, che in poche settimane di lavoro avevano maturati crediti da 25 fino a 225 euro a testa. «Poco prima che finisse il raccolto – rivela Samba –, il signor Pino ha smesso di darci i soldi che ci doveva e circa due giorni fa ci siamo portati nel campo dove lavoravamo e lo stesso ci ha mandato via in maniera aggressiva – racconta l’africano –, intimandoci di non entrare mai più nel suo campo e che non ci avrebbe mai dato i soldi che ci spettavano». Però, durante l’intero periodo di lavoro era risuonata sempre la stessa minaccia: «Muovetevi, altrimenti vi mando via e non vi do un soldo».
 
Anche più amara la testimonianza del 31enne Ablaye D., senegalese.
«Non eravamo trattati bene – chiarisce lui –. Venivamo spesso e volentieri umiliati anche solo per il colore della nostra pelle, e inoltre ci pressavano continuamente affinché lavorassimo sempre più velocemente e infine ci minacciavano. Poi la pausa pranzo, unica pausa concessaci, avveniva mangiando un panino portato da casa in terra nelle serre o in piedi, senza possibilità di avere delle sedie».

Offese intollerabili, sì. Perché sia “Pino” sia un altro ragazzo «che lui aveva dichiarato essere il fratello» urlavano al di continuo al lavoratore originario di Badion e ai suoi "compagni di sventura" di non fermarsi nel lavoro «con toni accesi, urlando, mentre solo Pino ci minacciava di lavorare in fretta altrimenti ci avrebbe fatto mandare via dall’Italia tramite un altro suo fratello che svolge l’attività di poliziotto in una qualche questura, facendo leva sul fatto che eravamo richiedenti asilo. Inoltre sempre Pino in un’occasione ci riferiva che ci avrebbe pagato solo 25 euro al giorno contro i 30 euro di altri lavoratori di prigione indiana perché era sufficiente per noi che eravamo “neri” e non avevamo la pelle chiara». Neanche i braccianti indiani, peraltro, se la passavano così bene: «Oltre a percepire la somma di euro 30 vivono in un capanno all’interno delle serre. Questi cittadini indiani sono tutt’e 4 maschi, due adulti e due minorenni, credo di circa 14 anni». In Italia, il lavoro minorile è consentito dai 15 anni in su.

Per nessuno, naturalmente, è arrivata l’assunzione promessa: «Nonostante in più occasioni gliel’avessimo ricordato, lo stesso rispondeva che se volevamo i soldi non dovevamo lamentarci e che dovevamo lavorare in silenzio ed inoltre se avessimo insistito avrebbe chiamato il suo fratello poliziotto per farci portare via». Una minaccia indegna; e un presunto agente che i ragazzi sfruttati non hanno neppure mai conosciuto: «E non so nemmeno se sia una persona reale o inventata dal Pino», commenta il senegalese davanti agli investigatori.

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