Sana, Yasmine e le altre: le nuove figlie dell'Islam in rivolta contro i padri

Martedì 29 Maggio 2018 di Sara Menafra

Quello di Yasmine, nella sua tragicità, è un caso di scuola. Una ragazza ben integrata, che studia in un liceo considerato il più difficile del circondario, e prende voti alti. Che ha un gruppo di amici, è guardata con simpatia dal resto del quartiere, legge il Corano ma negli ultimi tempi sembra agitata. Scoppia a piangere in classe, raccontando delle tensioni con la madre molto severa e religiosa, delle minacce di emigrare di nuovo, verso la Francia o ancora in Marocco, lei che si sente perfettamente italiana: «Vivo come nell'inferno di Dante», dice in un messaggio audio ad una compagna di classe. Due giorni fa, la madre l'ha sgozzata e si è suicidata anche lei, dopo aver cercato di dar fuoco all'appartamento a Cecchina, cittadina alle porte di Roma.

IL COMMENTO
Di casi del genere sui giornali ne sono finiti almeno tre nell'ultimo mese. «Paradossalmente, lo scontro tra questi giovani e le loro famiglie è il segno di una integrazione che per i ragazzi è riuscita», spiega Daniela Pompei, responsabile immigrazione della Comunità di Sant'Egidio: «I giovani si inseriscono nella comunità italiana, studiano con profitto, vogliono scegliersi il fidanzato. Fortunatamente, a differenza di quanto accade in altri paesi, ad esempio in Francia, non si sono create banlieu o ghetti. Bisogna, invece, lavorare di più sull'integrazione dei genitori, che si trovano in un mondo molto diverso da quello di provenienza e, al di là delle azioni più violente temono per il futuro dei figli».

GLI ALTRI CASI
Nel corso dell'ultimo mese, altri due casi di violenti scontri tra le famiglie e ragazze immigrate di seconda generazione, tutte e tre donne, sono finite sui giornali. La terribile tragedia di Sana Cheema, la 25enne bresciana uccisa a Mangowal dal padre e dal fratello più grande per aver rifiutato le nozze combinate, e quella di Farah Tanveer, studentessa di 19 anni residente a Verona, costretta ad andare ad Islamabad dove è stata fatta abortire dai parenti e riportata in Italia alcuni giorni fa, grazie ad un accordo tra lo stato pachistano e quello italiano. In Gran Bretagna, scrive il Guardian, sarebbero più di 3.500 solo negli ultimi 3 anni, i casi denunciati di matrimoni forzati subiti da donne di fatto schiave. I dati sono stati raccolti da un'organizzazione inglese che si occupa di diritti umani, in particolare di donne di origine curda e iraniana, e il loro rapporto parla anche di migliaia di episodi di schiavitù moderna (anche di bambini e bambine) a sfondo sessuale, domestico o di duro sfruttamento lavorativo. In Italia la situazione non sembra arrivare a numeri tanto imponenti, anzi i casi sono tutti piuttosto recenti: «Sono i numeri a dirci che l'immigrazione in Italia si è stabilizzata nel corso degli ultimi anni», dice ancora Daniela Pompei. Dei cinque milioni di immigrati residenti regolarmente in Italia, il 63% sono titolari di permessi di soggiorno lungo, i lungosoggiornanti: «Vuol dire che sono persone che vivono qui da almeno sette o otto anni, che hanno messo su famiglia e hanno avuto dei figli. Ora vanno accompagnate in un percorso di inserimento che va al di là di quello emergenziale o dell'occupazione lavorativa». Anche perché, altrimenti, il rischio è la chiusura: «In Canada, dieci anni fa, eravamo in contatto con famiglie italiane in cui le donne si vestivano di nero e si parlava di matrimoni combinati per i figli. Cose che da noi non esistono più, ma lì la cultura era rimasta ferma, una forma di protezione verso l'esterno».
 

Ultimo aggiornamento: 31 Maggio, 10:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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