Rocco Morabito, il signore della droga che smerciava cocaina a tonnellate

Lunedì 4 Settembre 2017 di Mario Meliadò
L'ex superlatitante Rocco Morabito
Non è solo un brillante arresto. È anche un implicito anniversario: i 23 anni dal giorno in cui – il 12 ottobre del 1994, ad Africo, nella villa di Mimmo Mollica – già si sarebbero potute mettere le mani su uno dei cinque ricercati più pericolosi del Paese secondo lo speciale elenco del Ministero dell’Interno. Parliamo della cattura del 50enne Rocco Morabito, anche lui di Africo, con una parentela significativa col “Morabito per antonomasia” della ‘ndrangheta, l’ex primula rossa Giuseppe Morabito, per tutti “Peppe ‘u Tiradrittu”: il fratello di quest’ultimo aveva sposato sua sorella. 

Anche Rocco Morabito era latitante da tempo, sulla scia di grandi “signori della droga” partiti dalla Calabria come “Bebè” (al secolo, Roberto Pannunzi): stavolta però non c’è stato niente da fare. Davanti agli agenti della Polizia uruguaiana, nell’albergo della capitale Montevideo in cui si nascondeva, Morabito ha solo potuto ammettere d’essere proprio la persona che cercavano e seguirli senza fare resistenza, malgrado la pistola che portava sempre con sé, malgrado il suo passaporto brasileiro non facesse cenno alle asprezze della Locride né al suo cognome vero, ma lo qualificasse ben più esoticamente come Francisco Antonio Capeleto Sousa, da Rio de Janeiro. Quello stesso documento falso che paradossalmente gli era stato indispensabile per ottenerne uno “vero”, la carta d’identità, dalle autorità uruguaiane. 

Pure la casa a Punta del Este, centro turistico a 140 km dalla capitale dell’Uruguay, ‘U Tamunga – com’era soprannominato, forse per l’abitudine di girare con un fuoristrada Dkw Munga – ce l’aveva davvero, da 15 anni ormai, in un quartiere ricco autoironicamente definito Beverly Hills. Proprio lì è stata arrestata la sua compagna di una vita, la portoghese e angolana di nascita Paula Maria de Olivera Correia.  Nell’abitazione in Uruguay aveva 150mila dollari (in contanti, in gran parte) e 12 carte di credito, pronte all’uso come le 150 fototessere e i 13 telefonini. Sullo sfondo, la sensazione che questi anni di “esilio dorato” – prim’ancora di diventare appena 25enne il narcotrafficante “principe” della movida milanese, con carichi enormi che finivano dritti nelle piazze dello spaccio “top” tra Montenapo e San Babila – siano stati scanditi da un bel po’ d’identità diverse. 

In fondo, questo non è il ritratto di Rocco Morabito. È la fotografia della stessa ‘ndrangheta: un’organizzazione criminale potentissima epperò ancora chiusissima grazie agli inespugnabili legami di sangue che cementano le cosche. Efferata al punto da giocare a tiro al volo con la testa della vittima appena uccisa e decapitata, ma raffinata al punto da risultare il partner più affidabile per i grandi banchieri e per Las Zetas o i maggiori produttori sudamericani della “polvere bianca” da far sniffare ai consumatori europei. Morabito, quest’immagine la incarnava alla grande: basterà citare il biennio ’92-’93, in cui aveva tentato di far arrivare in Italia circa 1.500 kg di cocaina. 

Adesso il mandato internazionale di cattura con “codice rosso” Interpol scattato per Morabito, sfuggito all’operazione Fortaleza, ha funzionato: intanto il broker della “coca” sconterà tre mesi nelle carceri dell’Uruguay per falsificazione di documenti e, una volta estradato in Italia, dietro le sbarre ci resterà 30 anni a causa delle quattro condanne riportate per associazione mafiosa, narcotraffico e altri gravi reati.

Così, anche il segretario nazionale del Pd ed ex premier Matteo Renzi può congratularsi via web con le forze dell’ordine, mentre secondo il presidente della Commissione parlamentare Antimafia Rosy Bindi è l’ennesima dimostrazione di «come sia fondamentale la cooperazione internazionale delle forze dell’ordine nella lotta al narcotraffico».

Certo però, c’è pure chi l’uomo di Africo l’ha sbeffeggiato senza pensarci troppo. Il giornalista e massmediologo Klaus Davi, in una delle sue provocatorie uscite, ha installato a Palermo alcuni cartelloni pubblicitari in cui si chiedeva dove fossero i più pericolosi latitanti italiani – da Matteo Messina Denaro allo stesso Rocco Morabito – agghindandoli in abiti femminili. Uno stratagemma frequente per i boss, aveva detto a Davi il presidente dell’Anac Renato Cantone, pur di sfuggire alle forze dell’ordine.  

 

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