Ricatto premier, indagine su fuga notizie
Tarantini prende le distanze da Lavitola

Tarantini con la moglie Angela Devenuto nel 2003
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Venerdì 9 Settembre 2011, 09:12 - Ultimo aggiornamento: 9 Ottobre, 17:37

ROMA - E' bufera intorno alla vicenda del presunto ricatto a Silvio Berlusconi, dopo la pubblicazione di intercettazioni nelle quali il presidente del Consiglio dice a Valter Lavitola di non rientrare in Italia. Due deputati del Pdl, Enrico Costa (capogruppo in commissione Giustizia) e Manlio Contento, hanno chiesto al ministro della Giustizia di inviare ispettori alla Procura di Napoli per indagare sulla fuga di notizie riguardante le intercettazioni, compresa quella su Lavitola, e Nitto Palma ha avviato accertamenti preliminari. La pubblicazione di tali intercettazioni, scrivono i due deputati, riguarderebbe tra l'altro solo contenuti «specifici e parziali». Cosa che porterebbe a ritenere che «la fuga di notizie possa essere stata favorita in modo da danneggiare, attraverso il rilievo dato alle notizie, proprio la vittima dei reati contestati agli indagati e cioè il presidente del Consiglio».

Un fascicolo è stato intanto aperto dai pm di Napoli sulla pubblicazione sul settimanale L'Espresso della telefonata tra Berlusconi e Lavitola in cui il premier avrebbe suggerito al direttore dell'Avanti! di non fare rientro in Italia. L'inchiesta è condotta dai magistrati che indagano sul presunto ricatto a Berlusconi. Un'analoga inchiesta per fuga di notizie è stata aperta nelle scorse settimane in seguito alle anticipazioni fatte dal settimanale Panorama sull'indagine a carico di Tarantini e Lavitola.

Oggi i pm di Napoli hanno convocato l'ex legale di Tarantini, avvocato Giorgio Perroni e il vice capogruppo del Pdl al Senato Gaetano Quagliariello. I due testimoni sono stati ascoltati dal procuratore aggiunto Francesco Greco e dai pm Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock. Il penalista è stato chiamato a rispondere sulle sue eventuali conoscenze sul pagamento delle somme a Tarantini attraverso Lavitola e la questione della strategia processuale che Tarantini avrebbe dovuto adottare a Bari per non danneggiare il Cavaliere. Non si conoscono invece i motivi che hanno indotto gli inquirenti ad ascoltare il parlamentare. I difensori di Tarantini, avvocati Alessandro Diddi e Ivan Filippelli, hanno presentato l'istanza di scarcerazione al Tribunale del Riesame.

Tarantini prende le distanze da Lavitola e dice che il faccendiere «lavorava in Sud America per i ministeri». L'imprenditore barese lo ha detto nel corso dell'interrogatorio di garanzia del 3 settembre al gip Amelia Primavera e ai pm Francesco Curcio e Henry John Woodcock. Tarantini più volte ha attaccato Lavitola, per il cui tramite riceveva soldi dal premier. In un passaggio dell'interrogatorio dice di lui: «È invadente, è prepotente, ha il classico metodo di chi entra con la forza, non con la dolcezza nè con l'educazione, con modi in cui dovresti trattare il presidente del Consiglio. Cosa che ho sempre fatto io. Peccato che se io avessi la registrazione di quel giorno, quando a marzo io sono andato a casa del presidente Berlusconi, io sembravo il cagnolino di Berlusconi».

A questo punto i pm chiedono all'indagato: «Perchè Berlusconi consentiva a Lavitola di trattarlo così?». E Tarantini: «Lui diceva che, ma in maniera informale, lui lavorava in Sud America per i ministeri». Il pm: «E che c'entra Berlusconi, dico?». Tarantini: «Vabbè, in qualità di governo italiano». Il pm: «Lavorava nell'intelligence». Tarantini: «No, lui dice che lavora nella Cia, a me lo dice. Lui dice che riesce a vedere i miei fatti dell'indagine».

Nell'interrogatorio di ieri, i cui verbali sono stati secretati, Tarantini ha ulteriormente preso le distanze da Lavitola. L'imprenditore ha risposto per oltre tre ora e mezzo alle domande dei Pm. L'audizione - il cui verbale è stato secretato dai magistrati - avrebbe riguardato alcuni aspetti non affrontati nel lungo interrogatorio di garanzia di sabato scorso, ovvero la questione dei pagamenti dei fitti delle sue abitazioni a Roma e il contenuto di alcune telefonate intercettate nell'ambito dell'inchiesta di Bari sulle escort. Tarantini avrebbe ribadito la propria estraneità alle accuse contestate, chiamando in causa invece responsabilità di Lavitola.

Se Lavitola non avesse più avuto Tarantini avrebbe perso anche il suo potere su Berlusconi: lo ha detto lo stesso Gianpaolo Tarantini il 3 settembre. L'imprenditore pugliese riferisce che lo scorso agosto, dopo avere scoperto che i 500 mila euro mandati da Berlusconi erano stati trattenuti da Lavitola, per circa 15 giorni non chiamò il direttore dell'Avanti, oggi latitante all'estero. Una collega di quest'ultimo disse allora alla moglie, Angela Devenuto: «Per favore, chiamalo, chiamalo, quello sta disperato, sta disperato». «Era preoccupatissimo - spiega Tarantini - che noi non lo chiamassimo più». Il pm: «Perchè?». Tarantini: «Perchè? Per Tarantini, glielo ho spiegato prima, perde il suo potere con Berlusconi, credo io perchè intanto lui aveva Tarantini, se avesse tolto Tarantini avrebbe perso». Il pm: «Il potere di Tarantini da cosa derivava?». Tarantini: «Non il potere di Tarantini, il potere di Lavitola». Il pm: «Usando Tarantini?». Tarantini: «Usando Tarantini Gianpaolo Tarantini mediaticamente purtroppo, ahimè, è un personaggio».

Quanto all'inchiesta barese sulle escort, tra Tarantini e l'ex pm della procura di Bari Giuseppe Scelsi ci sarebbe stato un tacito accordo: se l'imprenditore avesse parlato, il magistrato non lo avrebbe fatto arrestare. A dirlo è Tarantini nell'interrogatorio del 3 settembre. Tutto parte dal patteggiamento della pena, da parte di Tarantini, per il passaggio di cocaina. «Ma io non l'ho fatta la richiesta di patteggiamento!» replica Tarantini al gip che gli fa presente che lui prima lo aveva chiesto e poi avrebbe cambiato idea. «Io la richiesta di patteggiamento l'ho fatta a luglio 2009, prima che scoppiasse tutto il casino mio! Prima che fossi arrestato...Perchè c'era un accordo - voi lo sapete, siete magistrati! - tra me e Scelsi, tra i miei avvocati e il dottor Scelsi che era: io parlo e non mi arrestate, questo era l'accordo! E patteggia tutto, Tarantini patteggia tutto ed abbiamo finito. Scelsi dice di sì, poi non so per quale motivo, a fine luglio 2009 questa posizione di Scelsi viene assolutamente superata, mi arrestano...Anzi mi arresta Laudati, non mi arresta Scelsi (magari!)».

«Mi arresta Laudati - prosegue Tarantini - è Laudati che dice a Scelsi: 'Arrestalo!'. Mi arrestano, esattamente dopo un mese, per fortuna il gip non convalida il fermo. Io ero ai domiciliari, perchè non sussiste il pericolo di fuga, sussistono i gravi indizi di colpevolezza ma non sussiste il pericolo di fuga. Mi danno gli arresti domiciliari, durante gli arresti domiciliari il mio avvocato va a parlare con i pm, che dicono: 'Noi lo accusiamo di traffico, se non parla, di tutto, di più».

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