L'ultima notte di Pantani, «fu ucciso»: costretto a bere cocaina

L'ultima notte di Pantani, «fu ucciso»: costretto a bere cocaina
di Valentina Errante
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Domenica 3 Agosto 2014, 10:40 - Ultimo aggiornamento: 4 Agosto, 09:38

ROMA - E’ una denuncia per omicidio volontario e alterazione del cadavere e dei luoghi quella che ha “costretto” la procura di Rimini all’apertura di un nuovo fascicolo sulla morte di Marco Pantani.

Secondo la relazione del professore di medicina legale Antonio Avato dell’Università di Ferrara, che per conto della famiglia ha firmato la perizia depositata in procura, il “Pirata”, ufficialmente ucciso da un’overdose il 14 febbraio del 2004, in realtà sarebbe stato costretto ad assumere un quantitativo enorme di droga diluita in una bottiglietta d’acqua e le ferite riportate sul volto sarebbero compatibili con percosse provocate da terzi. L’ipotesi dell’avvocato Antonio De Rensis è che qualcuno sia entrato nel residence e lo abbia ucciso. Le circostanze, secondo le indagini difensive, sarebbero dimostrate dalla presenza di alcuni giubbotti nel miniappartamento, dal cibo ritrovato in sede di autopsia nello stomaco di Pantani, che non era mai uscito dall’albergo per acquistarlo, e dall’impossibilità che il campione abbia consumato una quantitativo tanto elevato di cocaina non diluito senza riportare danni alla bocca: quindi qualcuno lo avrebbe costretto a bere la droga sciolta nell’acqua. Il dito è puntato sulle indagini della squadra mobile che hanno portato alla condanna di tre pusher. La procura non ha ancora delegato gli accertamenti che potrebbero, a questo punto, essere affidati ai carabinieri.

LA PERIZIA

Il professore Avato ha lavorato sugli atti dell’inchiesta. A cominciare dalle foto scattate in sede di autopsia: ha esaminato le ferite sul viso del pirata e ha dedotto che potrebbero essere «opera di terzi», compatibili con calci e pugni. La scia di sangue «effetto di un trascinamento». Poi si è soffermato sulla quantità di droga, valutata da Giuseppe Fortuni, il medico legale che aveva fatto gli accertamenti nel 2004, come «sei volte superiore» a quella che può normalmente assumere una persona». Avato conclude che quel quantitativo, nettamente al di sopra dei 30 grammi che Ciro Veneruso, secondo la verità processuale, avrebbe ceduto al campione, non poteva essere assunta spontaneamente. Probabilmente il pirata, secondo la perizia, l’avrebbe ingerita diluita nell’acqua. Il video, girato dagli uomini della mobile, 51 minuti di immagini su quasi tre ore di riprese scomparse dagli atti, mostra una bottiglietta mai esaminata dalla scientifica. Poi le palline di pane, trovate anche vicino al corpo: forse la “roba” era stata “confezionata” così e il Pirata costretto ad assumerla. A supportare la tesi della famiglia c’è anche la presenza di quei giubbotti, che Pantani non avrebbe avuto al momento dell’arrivo al residence. Anche se chi lo ha visto entrare ricorda che aveva uno zainetto.

LE INDAGINI

I nuovi accertamenti affidati dal procuratore Paolo Giovagnoli al pm Elisa Milocco, non partiranno probabilmente prima della fine dell’estate. «Abbiamo appena ricevuto queste carte presentate dai familiari, dobbiamo approfondire -commenta Giovagnoli- i familiari di Pantani e i loro legali hanno fatto indagini e depositato memorie, bisogna vedere anche alla luce del risultato del processo che ci fu a suo tempo, bisogna vedere il risultato delle loro indagini in confronto all'esito del processo». E le deduzioni del medico legale Avato, per il quale Pantani non avrebbe potuto spontaneamente consumare decine di grammi di cocaina, saranno messe a confronto con il verbale dal medico del sert che seguiva il campione, precipitato nel baratro della depressione e della cocaina. «Penso ne consumasse 100 grammi alla settimana», aveva dichiarato nel 2004. Forse l’unico errore è stato credere che davvero il pusher gli avesse venduto solo 30 grammi.

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