Pantani, Pecorelli, i Casalesi: l’Italia di fronte ai suoi misteri

Sabato 18 Ottobre 2014 di Paolo Graldi

«Voglio solo giustizia», sibila mamma Tonina, scuotendo il capo per rafforzare il concetto. Non è escluso che ci riuscirà. La tragica fine di Marco Pantani, sono passati dieci anni da quando venne trovato in una stanza di residence a Rimini affogato nella cocaina, viene riscritta daccapo, si arricchisce di scenari inediti, riporta alla ribalta personaggi rimasti nell’ombra, riapre fascicoli processuali frettolosamente archiviati, riaccende guerre tra periti e rimette in discussione il lavoro investigativo di almeno un paio di procure.

Positivo all’antidoping con la maglia rosa addosso e la vittoria del Giro del ‘99 data per certa e a pochi chilometri dal traguardo di Milano, il Pirata fu fatto scendere, strappato a forza da quella bicicletta che l’aveva portato, di trionfo in trionfo, nell’Olimpo del mito.

Adesso ci si convince che quella provetta con l’ematocrito oltre al massimo e che gli valse la squalifica venne manipolata da mani esperte e senza scrupoli. Un dardo lanciato per trafiggere il campione ormai sul gradino più alto del podio. Nemici d’ambiente, invidie verso una classe atletica ineguagliabile. Macché c’era un complotto di camorra dietro quel macabro valzer di provette manomesse. Cinque anni più tardi, anzi dopo una discesa agli inferi della solitudine e dell’annichilimento, la fine fisica dell’uomo Pantani, dopo quella del campione.

Adesso si rimettono le carte sul tavolo, si rileggono con lenti lucidate con nuovi elementi. E si capisce che Pantani non aveva scampo, doveva stramazzare con le buone o con le cattive perché la malavita, ancora una volta, aveva deciso di usare lo sport, anche quello sport di pura fatica, gambe e polmoni allo spasimo, per il business. Lo ha detto e scritto Renato Vallanzasca, il Bel Renè della banda della Comasina, una montagna d’anni già scontati e ora di nuovo dentro per un furto in un magazzino, gesto scriteriato durante una licenza premio.

La sua deposizione, tra poco tempo, ci dirà meglio della confidenza ricevuta da un compagno di cella: se hai qualche milione punta su un altro corridore ma non su Pantani, quello il Giro non lo finisce. E poi, commentando la “scoperta” dell’ematocrito sballato a Madonna di Campiglio: “Visto? Il pelatino è stato fatto fuori”.

Camorra in campo, dunque, come in mille altri casi dove il crimine si camuffa con gli abiti dell’affidabilità, s’infiltra nei gangli della società, ne succhia i metodi e le regole poi s’impossessa per sempre del territorio.

Mafia, n’ndrangheta, camorra in questi decenni di misteri irrisolti, insoluti, sepolti, hanno contribuito con eccezionale protagonismo e abilità criminale a costruire la immensa cattedrale del Misteri d’Italia, quella catena di casi irrisolti ma che il tempo, talvolta e come nel caso di Pantani, rigurgita dalle fogne dell’oblio calcolato e sostenuto da complicità occulte e trasversali.

L’elenco dei misteri è un cimitero sterminato: il suo territorio di nefandezze sepolte, volta a volta, si è avvalso di incapacità investigativa pur di fronte a obiettive difficoltà (ah, se non ci fossero stati i pentiti dal terrorismo alla mafia quanto poco ne sapremmo), ma anche di distrazioni di uomini e perfino di apparati.

Centinaia di casi dalle stragi di Ustica, di Bologna, di piazza Fontana, di piazza della Loggia (sul fronte dell’eversione) riempiono archivi che sono divenuti mausolei della memoria perduta o tenuta in naftalina. Il tempo è galantuomo e forse un giorno sapremo chi davvero ha ucciso Mino Pecorelli, chi erano i complici mai scoperti di Mario Moretti, se il golpe Borghese e Gladio erano il frutto di esaltate fantasie o autentici rischi per la democrazia italiana, e ancora resta perfino, indietro nel tempo, di far luce sulla morte del bandito Giuliano per saltare alla morte in carcere di Michele Sindona fino all’impiccagione di Roberto Calvi, fatto penzolare sotto il ponte dei Frati Neri a Londra per finire, ma senza il punto finale, alla scia di sangue e di complicità segrete della banda della Magliana che interseca complicità con il terrorismo nero e la uccisione di alcuni magistrati, prossimi alla verità su quegli anni di piombo rovente.

Una linea senza fine, una corona di spinte che si dispiega e attraversa gli anni recenti e meno recenti della nostra storia. Sempre, in ognuno dei casi, le complicità tra chi sta dentro e chi sta fuori del carcere si intrecciano e portano comunque a scenari criminali statisticamente invincibili.

Gli ultimi che si sono arresi, i Casalesi e Schiavone che ne è stato il capo feroce, sanguinario ma anche capace di complicità insospettabili, si dispongono forse solo adesso, a gettare fasci di luce sulle loro gesta: alcuni racconti, ben oltre le rappresentazioni televisive che se ne sono fatte, producono raccapriccio e inquietudine perché mostrano ramificazioni estesissime e nelle quali alle lotte tra clan per la supremazia nei territori di appartenenza si somma una sbalorditiva capacità imprenditoriale, macchine infallibili per fabbricare soldi, per distribuire appannaggi, per comprare protezioni.

Consola il fatto che ci sono magistrati e investigatori, come nel caso della tragica fine di Pantani e delle vere ragioni del suo disastro sportivo e umano, che lasciano con determinazione aperta la porta della speranza verso la verità giudiziaria, almeno di quella.

La costellazione dei misteri criminali d’Italia, anche dei più scottanti e resistenti ha bisogno di traguardi certi, nel segno di una speranza davvero condivisa: la Giustizia, talvolta, c’è e si vede.

Ultimo aggiornamento: 19 Ottobre, 02:59