Padova, professoressa picchiata dalla mamma dell'alunno: «Ho paura di tornare a scuola, ma non indietreggio»

Domenica 10 Giugno 2018 di Barbara Turetta
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La professoressa Francesca Redaelli

«Negli ultimi anni è cambiato l’atteggiamento delle famiglie, ma la scuola non può sopperire alle mancanze dei genitori. Siamo arrivati al punto che in alcuni casi evitiamo di ricevere le mamme o i papà da soli, ma siamo affiancati da un collega perché c’è il rischio che venga travisato quel che diciamo. Io non credo di aver sbagliato, sono una insegnante che vuole trasmettere ai suoi alunni il senso del dovere e dell’impegno per ottenere i risultati. Io dico sempre ai miei studenti che prima sono figli e poi alunni, e che le cose funzionano bene se c’è collaborazione fra scuola e famiglia».

A parlare è Francesca Redaelli, 60 anni, insegnante di ruolo dal 1987 e dal 2003 professoressa di inglese alle medie “Albinoni” di Caselle di Selvazzano, comune della provincia di Padova dove l’altro giorno si è arrivati alla follia. In faccia porta i segni dell’aggressione subita dalla madre di uno studente che aveva preso un 4: un ceffone che sembrava più un pugno, poi il volo all’indietro e il risveglio in ospedale con la frattura del setto nasale e un “edema bilaterale esterno”, come recita il referto.
 
Professoressa, come ha passato la notte?
«Non ho mai dormito. Sono sconvolta da quello che ho subito. Ho paura di ritornare a scuola, ma non indietreggio di un passo. Da insegnante sono convinta di aver agito nella maniera più corretta: non si può pensare che tutto possa essere recuperato l’ultimo giorno di scuola. La mia è una materia articolata che necessita di uno studio continuativo per tutti l’anno scolastico». 
E invece?
«Ad aprile alla famiglia dell’alunno era stata inviata la “pagellina” con le insufficienze, fra cui l’inglese, difficile pensare ad una promozione. Ma a questo sembra che la mamma non si sia mai rassegnata: a scuola sono arrivate telefonate della donna, lettere agli insegnanti nelle quali vengono descritti gli ottimi risultati sportivi del figlio, e incontri con i professori, con la mamma che si presentava a scuola senza appuntamento e fuori dagli orari di ricevimento».
Ma cosa è accaduto in questa ultima settimana di scuola?
«L’alunno è rientrato a scuola lunedì, dopo essersi assentato alcune settimane per i suoi impegni. Nell’ultima verifica e interrogazione di aprile era gravemente insufficiente. In queste settimane di assenza la mamma era venuta a scuola in orario di lezione a chiedere ai docenti di interrogarlo. Io le avevo dedicato un paio di minuti perché dovevo entrare in classe: noi siamo responsabili dei minori quando sono a scuola, sono la nostra priorità». 
E l’ha interrogato? 
«Sì, giovedì mattina gli ho dato un’altra possibilità, ma nulla era cambiato. Io sono disposta ad aiutare quando mi si dimostra buona volontà». 
Ma come è degenerata la situazione arrivando all’aggressione di venerdì mattina? 
«Era l’ultimo giorno di scuola, io avevo la sesta ora e per principio non interrogo. Non lo trovo sensato. La mamma aveva chiamato a scuola la mattina lasciando detto ai bidelli di riferirmi che avrei dovuto interrogare suo figlio all’ultima ora, e poi di richiamarla. Poi ha richiamato lei stessa, dicendo che ci sarebbe stato suo marito ad aspettarmi fuori. Sentito questo abbiamo valutato la possibilità di chiamare i carabinieri, ma poi abbiamo lasciato stare non immaginando quello che sarebbe accaduto. Abbiamo avvisato il preside che ci ha risposto di non farli entrare a scuola». 
E invece cos’è successo?
«Alle 14.14 suona la campanella, escono le quattro classi a tempo lungo e dal cancello entra la mamma che, saliti i gradini, entra a scuola. Con una collega stavo per uscire dal portone, dovevamo andare a Tencarola per gli scrutini, quando la donna mi si è parata davanti. Mi ha detto: “Perché non ha interrogato mio figlio stamattina? Era un suo diritto”, e mi ha mollato un colpo al volto e uno sulla nuca, andandosene via. Io non sono caduta di faccia, ma di schiena: ho visto tutto nero davanti a me, non ho più capito nulla e mi sono risvegliata in una barella del pronto soccorso. I segni che porto sul viso, non sono conseguenza della caduta, ma lesioni causate dal violento colpo che mi ha sferrato quella donna. Purtroppo in queste condizioni non potrò fare gli scrutini e neppure seguire i miei alunni all’esame di terza media». 
Barbara Turetta
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Ultimo aggiornamento: 11 Giugno, 15:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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