Il dossier che accusa Ong e scafisti: rapporto Frontex sui collegamenti

Giovedì 4 Maggio 2017 di Sara Menafra​
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È un documento riservato di venti pagine datato 10 aprile e proveniente ancora una volta dall’agenzia europea Frontex, l’atto su cui il pm di Catania Carmelo Zuccaro basa buona parte delle accuse consegnate ieri alla commissione Difesa del Senato. E dentro ci sono, soprattutto, racconti di migranti che dicono di aver visto «contatti e telefonate» tra gli scafisti che li hanno messi in mare a rischio della vita e le navi che li hanno salvati, oltre ad un’analisi di quanto spesso i transponder delle navi umanitarie risultano spenti proprio nel momento in cui rintracciano i naufraghi. Accuse apparentemente molto circostanziate, anche se alcune ong avevano già respinto le accuse settimane fa, quando la parte «pubblica» del report era stata messa on line.

LE TELEFONATE Sono le dichiarazioni di alcuni migranti - contenute in questi allegati “riservati” al rapporto Frontex - a parlare di contatti diretti tra gli scafisti che li hanno messi in mare e la nave che li ha salvati. L’episodio più rilevante è del 20 marzo scorso e il naufrago che parla, dice che il loro gommone con 140 persone a bordo è stato «scortato per più di un’ora da una barca veloce della Guardia costiera libica». Una volta a largo, un militare libico avrebbe fatto una telefonata con un satellitare dicendo: «Li abbiamo lasciati qui, potete venire a prenderli».

Una seconda nave libica avrebbe poi atteso fino all’arrivo dei soccorsi: «Una delle navi coinvolte nei soccorsi è la Ocean carrier, un mercantile», anche se in un caso analogo si parla di un contatto tra libici e volontari di una ong. Alcuni migranti intervistati da Frontex al loro arrivo in Italia hanno raccontato di aver assistito a telefonate tra i trafficanti che li avevano imbarcati e «qualcuno», poco prima che le navi umanitarie arrivassero a salvarli. Nella maggior parte dei casi, dice il rapporto, i telefoni satellitari «vengono dati ai migranti con all’interno un contatto per chiamare direttamente le navi delle ong» e l’indicazione di «buttare in mare il cellulare» appena vengono salvati, anche se il procuratore Zuccaro nell’audizione di ieri ha dichiarato che, negli atti che ha raccolto, «qualora salvati da una ong, i migranti potevano consegnare il satellitare a qualcuno sulla nave» e che «gli stessi telefoni dopo qualche tempo fanno nuove chiamate di soccorso».

LIBICI OSTACOLATI Il 18 febbraio scorso, la nave Golfo azzurro, dell’organizzazione spagnola Proactiva Open Arms avrebbe interrotto un salvataggio in corso da parte della Guardia costiera libica. I libici avrebbero rintracciato la piccola imbarcazione con 22 migranti a bordo proprio mentre Roma riceveva la richiesta di aiuto: «Mentre la barca stava tornando verso la Libia due tender provenienti dalla Golfo azzurro avvicinano i libici e, dopo una breve discussione con la guardia costiera libica, prendono i migranti a bordo». Dopo le operazioni di soccorso, dalla Golfo azzurro sarebbe stata avvertita la Capitaneria di porto a Roma: «Venti dei ventidue migranti erano siriani, otto uomini, cinque donne e nove bambini. Nel report non hanno parlato della presenza dei libici».

Il rapporto nota anche che dall’inizio dell’anno sono proprio le organizzazioni umanitarie a compiere buona parte dei salvataggi. Hanno «salvato il 32% delle navi», il 26% è stato raccolto da Guardia costiera e guardia di finanza e solo il 2% dalla Marina militare. I primi mesi del 2017 coincidono anche con un picco di morti in mare: «Finora - si legge nel testo - le vittime sono aumentate di circa il 68%, sebbene buona parte degli interventi avvenga a ridosso delle acque territoriali libiche». E’ anche la dinamica dei salvataggi ad essere cambiata improvvisamente, scrive Frontex: «Dall’inizio del 2017, circa il 90% dei salvataggi Sar attuati dalle organizzazioni non governative ha coinvolto barche di migranti rintracciate direttamente dalle ong e la cui presenza è stata comunicata al comando della Guardia costiera a Roma solo in un secondo momento».

I TRASPONDER Frontex ha, infine, analizzato due mesi di comunicazioni transponder da parte di sei delle otto navi più presenti nei salvataggi del 2017. E nella maggior parte dei casi, quando un gommone alla deriva viene rintracciato il transponder di quella dei volontari che segnalano l’emergenza alla Guardia costiera è spento: «L’area di intermittenza/assenza del segnale sono maggiormente localizzate fuori dall’area operativa di Triton (la missione internazionale di controllo del Mediterraneo ndr) e molto vicino e in molti casi all’interno delle acque libiche», dice il rapporto: «La maggior parte dei naufragi segnalati avviene dove le barche delle ong sono già presenti, senza trasmettere il rispettivo segnale transponder». 

Ultimo aggiornamento: 5 Maggio, 08:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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