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Cosa è il "no way", il modello australiano per i migranti che vuole Salvini Video

Cosa è il "no way", il modello australiano per i migranti che vuole Salvini
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Giovedì 23 Agosto 2018, 14:11 - Ultimo aggiornamento: 15:07

In Australia sono passati quattro anni da quando l’ultimo barcone con immigrati illegali è arrivato sulle coste. Dal 2014 il governo dei Liberali di Tony Abbott e a seguire quello di Malcolm Turnbull hanno avviato l’Operazione Confini Sovrani (Operations Sovereign Borders), affidandosi all’esercito per costringere i barconi in arrivo sulle coste australiane a invertire la rotta. Una scelta politica che ha dato il via a quelli che in Europa vengono chiamati "respingimenti".

Nel 2013 c’erano stati una quarantina di sbarchi illegali sulle coste dell’Australia, che peraltro non sono così accessibili come quelle italiane: in 5 anni erano arrivati 50mila immigrati. Il governo annunciò il giro di vite: non sarebbe stato più consentito a nessuno di arrivare nel Paese senza permesso. Detto, fatto. I barconi sono stati rimandati indietro dalla Marina militare e le carrette del mare fatte tornare al loro porto di provenienza.

Per coloro che non erano in grado di tornare autonomamente per le condizioni disastrose delle imbarcazioni, il governo australiano, dopo aver prestato soccorso ai migranti bisognosi, ha messo a disposizione nuove imbarcazioni e aerei charter per il viaggio di ritorno.

Le persone possono essere portate nei centri di identificazione a Papua Nuova Guinea e sull’isola di Nauru, dove vengono valutate le domande di asilo e l'eventuale concessione del diritto che però viene limitato a queste due località.

Il risultato: gli sbarchi illegali si sono ridotti a zero. Sono continuate senza sosta, invece,  le operazioni per smantellare le reti di scafisti (people smugglers), arrivando ad arrestare oltre 500 trafficanti di esseri umani.

C'è anche un video ufficiale del governo, con protagonista il generale Angus Campbell (comandante dell'operazione) intento a spiegare gli effetti del provvedimento.




"Non ci si può stabilire in Australia arrivando illegalmente via mare”, il succo del messaggio, pubblicato inizialmente in inglese e poi in altre lingue e versioni.

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