Mussolini, 70 anni fa la cattura: la verità è ancora lontana

Sabato 25 Aprile 2015
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Mussolini, 70 anni fa la cattura: la verità è ancora lontana

Sulla cattura di Mussolini, nel corso di 70 anni, sono stati versati fiumi di inchiostro, ma forse non li conosceremo mai nella loro verità fattuale. Sono decine e contrastanti, le versioni fin qui pubblicate sulle ultime ore del duce. Anche perché se Mussolini fosse riuscito a fuggire l'eventale e successivo processo probabilmente non lo volevano nemmeno gli inglesi, il premier Winston Churchill in particolare (a prescindere dall'esistenza o meno di un carteggio compromettente con Mussolini che nessuno ha mai trovato).

Al crollo della «linea gotica», Benito Mussolini si trasferì a Milano (17 aprile 1945) e tentò di contrattare la propria incolumità con il Comitato di Liberazione Nazionale. In fuga verso Como, in divisa da soldato tedesco, fu arrestato dai partigiani e passato per le armi per ordine del Cln il 28 aprile 1945. Il suo cadavere (insieme a quelli di Claretta Petacci, la donna cui era legato dal 1936, e di altri gerarchi fucilati) fu esposto dai partigiani a Milano in piazzale Loreto, a simbolo della fine del fascismo.

Sulla morte di Benito Mussolini (28 aprile 1945) esiste una versione ufficiale, secondo cui il duce fu ucciso a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como, non lontano dal luogo dove era stato catturato, da un plotone di partigiani comandato da un esponente comunista, il colonnello Valerio, al secolo Walter Audisio, per ordine dei capi del Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia. Questa versione è stata spesso contestata e presenta, in effetti, secondo più storici, non poche contraddizioni. Sono stati messi in dubbio l'identità degli esecutori e la legittimità dell'ordine impartito dal Cln. Ed è stato anche ipotizzato un intervento dei servizi segreti inglesi nella morte del dittatore fascista. Come ha ricordato lo storico Giovanni Sabbatucci, «la verità è che Mussolini fu ucciso dai partigiani perché era importante che fosse la Resistenza italiana ad assumersi l'onere dell'esecuzione; e perché, in caso di consegna agli Alleati ci sarebbe stato un processo che avrebbe chiamato in causa responsabilità e complicità diffuse, in un momento in cui i governanti italiani tendevano a separare le responsabilità del paese da quelle del fascismo».

LE ULTIME FASI DELLA FUGA

La responsabilità dell'esecuzione fu rivendicata dallo stesso Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia con un comunicato del 29 aprile 1945.

Dopo il fallimento della mediazione nell'arcivescovado di Milano, nella serata del 25 aprile 1945, mentre i capi della resistenza danno l'ordine dell'insurrezione generale, Mussolini lasciò Milano e partì in direzione di Como. Sui motivi della fuga sono state fatte mille congetture: dall'ipotesi di passare la frontiera e rifugiarsi in Svizzera a quella di volare in Spagna, fino al progetto del «ridotto» della Valtellina per tentare di combattere fino alla fine.

Nel pomeriggio del 27 aprile, durante l'ispezione della colonna tedesca in piazza a Dongo, Mussolini venne riconosciuto dai partigiano su uno dei camion; fu disarmato del mitra e di una pistola, arrestato e preso in consegna dal vicecommissario di brigata Urbano Lazzaro «Bill». Anche tutti gli altri componenti italiani al seguito vennero arrestati.

Il fermo della colonna motorizzata tedesca e l'arresto di Mussolini e del suo seguito fu effettuato dai partigiani della 52a Brigata Garibaldi «Luigi Clerici», comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, nome di battaglia «Pedro». Il suo commissario politico era Michele Moretti, detto «Pietro Gatti», vice commissario politico Urbano Lazzaro «Bill» e il capo di stato maggiore Luigi Canali, detto «Capitano Neri».

Ultimo aggiornamento: 18:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA