L’analisi/Il Made in Italy corre il doppio del Sistema Italia

di Marco Fortis
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Venerdì 31 Marzo 2017, 00:11
C’è una parte del sistema produttivo italiano, che grosso modo rappresenta il 57% del valore aggiunto complessivo, la quale sta crescendo più del doppio del Pil.

Mentre il rimanente 43% è ancora in crisi o è quasi fermo. Quello che qui definiremo in senso largo “made in Italy”, includendovi anche il commercio e le attività professionali, sta aumentando ad un ritmo più che discreto. Tirano soprattutto l’industria manifatturiera, il commercio e il turismo. Mentre il resto dell’economia, che qui chiameremo in modo altrettanto largo “sistema Italia”, sta zavorrando la ripresa. In particolare, il PIL è rallentato vistosamente dalla pubblica amministrazione, dai servizi pubblici locali, dalle banche e dalle telecomunicazioni, nonché dalle costruzioni, il cui lungo ciclo negativo però sembra essere finalmente giunto al termine.

Questa divergenza tra settori spiega ampiamente perché la nostra economia cresca poco. Non si tratta di un fatto episodico o casuale, che riguardi solo l’ultimo anno, ma di una chiara tendenza misurabile sull’intero triennio di ripresa 2014-2016 rispetto al 2013. E sono di grande utilità, nell’analisi di tale divergenza, le significative revisioni al rialzo della contabilità nazionale operate dall’Istat negli ultimi mesi. Revisioni talmente importanti, ancorché non sufficientemente sottolineate, da giustificare un miglioramento del giudizio sulla intensità della ripresa italiana e sulle stesse politiche economiche adottate per rilanciare l’economia reale, i redditi e i consumi delle famiglie. 

Se si considerano insieme i settori del “made in Italy” (agricoltura, manifattura, commercio, alloggio e ristorazione, attività professionali e immobiliari), la sorpresa lascia quasi di stucco. Infatti, questi settori, che in base alle prime stime parevano poco più che fermi, secondo le ultime revisioni Istat hanno invece visto crescere complessivamente il loro valore aggiunto del 4% in termini reali nel triennio 2014-2016, rispetto ad un progresso solo dell’1,6% dell’economia italiana nel suo complesso. L’aumento è stato particolarmente forte per commercio (+7%), alloggio e ristorazione (+6,8%) e industria manifatturiera (+4,1%). La crescita di quest’ultima si è concentrata soprattutto nel biennio 2015-2016 (+3,5%), con risultati migliori anche delle manifatture tedesca (+3,2%) e francese (+3%).

Parallelamente, sono risultati particolarmente brillanti gli investimenti delle imprese in macchinari e mezzi di trasporto, cresciuti in Italia del 14,8% negli ultimi tre anni, cioè il doppio rispetto alla Francia e il triplo rispetto alla Germania (con una revisione al rialzo addirittura del 6,3% delle vecchie stime Istat del biennio 2014-2015).
Dal punto di vista della crescita, negli ultimi anni non è dunque l’apporto del “made in Italy” quello che ci è mancato, come dimostra anche il surplus record della bilancia commerciale nel 2016, pari a 51,6 miliardi di euro. I dolori riguardano invece il “sistema Italia”, che nel 2014-2016 ha visto arretrare il suo valore aggiunto dell’1,4%. A prescindere dalle difficoltà specifiche delle costruzioni e dalla impossibilità di aumentare la spesa della PA per i noti vincoli di bilancio, spiccano le diminuzioni generalizzate del valore aggiunto di elettricità, gas, acqua, rifiuti, trasporti, informazione, telecomunicazioni, banche. 

E’ come se l’ “apparato di struttura” che sostiene l’economia italiana fosse paralizzato e facesse a stento il minimo indispensabile. In questi settori le politiche economiche di stimolo, come quelle per gli investimenti delle imprese o per i consumi delle famiglie (che hanno ben funzionato), possono far poco. Servono riforme profonde. Inoltre, è necessario che le stesse riforme, se avviate, non si fermino ad ogni cambio di governo o di maggioranza. A prescindere dai tetti di spesa, serve una PA più moderna ed efficiente che riesca a generare più valore e servizi per i cittadini aumentando in modo adeguato la propria produttività. Le banche devono cambiare pelle e modernizzarsi anch’esse. I servizi pubblici locali sono frammentati e spesso scadenti. Il “sistema Italia” è ingessato e, a parte rari casi, non riesce ad esprimere grandi imprese né crescita e profitti come fanno altri Paesi quali la Germania e la Francia.

In definitiva, dalla cruda analisi dei dati appare chiaro che la sfida dell’economia italiana del prossimo futuro è duplice. In primo luogo dobbiamo tenerci ben stretto il “made in Italy”, altro che “uscire dal manifatturiero!” (come andava di moda dire non molto tempo fa...). Occorre valorizzare in tutte le sue potenzialità il nocciolo duro del sistema produttivo italiano composto da manifattura, food&wine e turismo: i comparti chiave che in un nostro recente volume abbiamo definito i “pilastri” (Fortis e altri, “The Pillars of Italian Economy”, Springer, 2016). 

Ma, in secondo luogo, e qui sta il vero cambio di passo, è anche necessario modernizzare a tappe forzate con più innovazione e concorrenza il “sistema Italia”, cioè i servizi pubblici e privati di supporto all’economia, affinché essi, dalla PA alle banche, dai servizi pubblici locali alle reti, comincino finalmente a creare più valore, specialmente nel Mezzogiorno. Soltanto se aggiungeremo al ritrovato slancio dei pilastri portanti del “made in Italy” le riforme di cui il “sistema Italia” ha urgente bisogno la crescita del nostro Pil potrà raddoppiare. Altrimenti è stucchevole continuare ad auto-definirci sui giornali e ai convegni come il “fanalino di coda” dell’Europa senza capirne le reali ragioni e senza far nulla per cambiare veramente le cose.
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