Luciano Violante: «Parte della sinistra ancora ideologica sulla Liberazione»

Luciano Violante: «Parte della sinistra ancora ideologica sulla Liberazione»
di Mario Ajello
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Sabato 25 Aprile 2015, 06:16 - Ultimo aggiornamento: 15:02

Luciano Violante, è rimasto celebre il suo discorso di insediamento come presidente della Camera, nel 1996, in cui parlo anche dei «ragazzi di Salò». Lo rifarebbe?

«Certo che lo rifarei. Fare politica significa sforzarsi di capire le ragioni degli avversari. Non guardarsi allo specchio».

Ora però nella vulgata di questo 25 aprile 2015 si sostiene - e lo fa in primis il presidente Mattarella - che i morti di Salò e quelli della Resistenza non sono equiparabili. Non è una tesi opposta alla sua?

«Non lo è affatto. E' la stessa cosa che dissi io nel '96. Sostenni che, senza indulgere a un revisionismo falsificante, bisogna cercare di conoscere le ragioni per le quali molte migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando ormai tutto era perduto, passarono alla Repubblica di Salò piuttosto che dalla parte della libertà e della democrazia. Del resto, nella storia d'Italia, più volte frammenti delle giovani generazioni hanno scelto la strada della violenza. E penso, per esempio, agli anni del terrorismo rosso e nero».

Perchè ha detto soprattutto ragazze?

«Numericamente, più giovani donne che giovani uomini scelsero Salò. Forse perchè le donne hanno, nelle scelte, una durezza maggiore che in quel caso impedì loro di capire da che parte stava la libertà».

Ma allora perchè quel suo discorso venne considerato simbolo di iper-revisionismo e fece scandalo a sinistra?

«Perchè venne banalizzato. E faceva notizia presentare un rappresentante delle istituzioni, e per di più di sinistra, come un equiparatore tra repubblichini e partigiani. Talvolta, si preferisce fare notizia piuttosto che fare opera di verità».

Le sue parole non furono però il suggello di quella «pacificazione» tra gli italiani - in un momento in cui la sinistra aveva vinto le elezioni ma la destra era fortissima - di cui tutti si riempivano la bocca?

«Non c'era niente da pacificare. Serviva soltanto uno sforzo di comprensione, e non di giustificazione, di certi fatti storici».

Oggi che cosa è cambiato, rispetto a vent'anni fa, nella lettura del 25 aprile?

«Vedo un po' di rivendicazionismo a destra, mentre in alcune parti della sinistra ci si mantiene su un terreno di pura contrapposizione».

C'è un ritorno indietro alla più classica vulgata anti-fascista?

«Io direi che c'è una torsione ideologica propria di chi, per debolezza, teme di perdere la propria identità, parlando con l'avversario. Frange di movimenti radicali di sinistra hanno queste torsioni».

Non siamo tutti diventati post-ideologici?

«Non mi pare tanto. Anzi, vedo posizioni ideologiche pregiudiziali, che fungono da rifugio per chi non vuole confrontarsi con la realtà».

Anche nel Pd ci sono queste posizioni?

«Lì, non direi. Le vedo semmai in certi movimenti e pezzi di partiti, a sinistra del Pd».

Ora che la destra è sconfitta, è più facile riportare il 25 aprile alla sua tradizione?

«Non bisogna ragionare solo sui partiti, ma anche sui cittadini che si collocano a destra. Quelli c'erano allora e ci sono adesso, solo che vent'anni fa avevano rappresentanza politica e oggi non ce l'hanno».

Gli italiani di destra, secondo lei, come vedono la Liberazione?

«Credo che la visione di quegli eventi sia simile presso tutti gli italiani. Sia pure con una maggiore ritrosia, a riconoscere certi aspetti di quella vicenda, da parte di chi si colloca a destra».