Coniugi uccisi e gettati nella cava a Napoli, colleghi
sotto choc

Lunedì 20 Aprile 2015 di Mariano Fellico
Il viottolo che conduce a cava Monticelli brulica di poliziotti e uomini in tuta bianca, gli esperti della polizia scientifica coordinati dal primo dirigente Fabiola Mancone, giunti dalla questura di Napoli, su richiesta del primo dirigente Pasquale Trocino, responsabile del commissariato di polizia di Giugliano.



Tra le diverse auto delle forze dell'ordine, dei vigili del fuoco, iniziano ad apparire anche vetture della cooperativa radiotaxi Napoli, conosciuta come «8888», colleghi di lavoro di Luigi Simeone. Non hanno notizie precise sul loro collega né hanno la minima idea di quanto accaduto. Hanno soltanto avuto la notizia dalla loro centrale radio del ritrovamento della vettura del collega in circostanze a dir poco «da chiarire». Si guardano attorno, vengono tenuti a distanza dai poliziotti per evitare una contaminazione della scena del crimine, delineata in un area molto vasta rispetto all'esatta collocazione dei cadaveri.

«Abbiamo saputo dell'auto e siamo venuti qui per capire se si tratta del nostro collega». Sono due tassisti di Napoli che parlottano. Hanno gli occhi lucidi e parlano con un filo di voce. Sono in quella strada sterrata che porta a Cava Monticelli dove sono stati rinvenuti i corpi senza vita dei coniugi. Il 49enne Luigi Simeone, Gigi per gli amici, da anni guidava un taxi e faceva parte della cooperativa. «Lavora su Napoli – i colleghi parlano al presente, non sanno alcunché di preciso anche se immaginano che qualcosa di grave sia accaduto. Cercano di non pensare che si possa trattare di una tragedia e che possa trattarsi di Gigi, il loro amico Gigi: «È un grande lavoratore e non ha mai avuto problemi con nessuno». Sono giunti a cava Monticelli dopo aver visto in Internet la foto della vettura e il titolo che parla del ritrovamento di un cadavere, la Fiat Multipla di colore bianco su cui è stampato il numero di codice, in pratica il nome e cognome del conducente. Luigi Simeone e la moglie Immacolata Assisi, vivevano in una palazzina di tre piani in via Colonne, sul territorio di Melito, a qualche metro dal confine con Giugliano. Lì ci sono anche alcuni parenti. Nessuno vuole parlare. Nessuno apre la porta. Nessuno risponde al citofono. Qualche passante chiede cosa sia successo e poi, stringendo le spalle, va via «Non li conosciamo». Poi qualcuno ammette che su Facebook la coppia appariva unita e sorridente. Ma in quella stradina anonima di via Ripuaria è stato commesso un delitto, un duplice omicidio. Ultimo aggiornamento: 09:58

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