Quando anche i giudici farebbero meglio a tacere

di Paolo Graldi
5 Minuti di Lettura
Domenica 13 Dicembre 2015, 00:07 - Ultimo aggiornamento: 00:56

Se otto anni e sei mesi e una mezza dozzina di processi vi sembran pochi allora la fiducia che ciascuno deve riporre nella giustizia, a qualsiasi costo, è cosa buona e accettabile.
Otto anni e sei mesi tra corsi e ricorsi, indagini e udienze preliminari più udienze a pioggia, due volte fino su in Cassazione, sfilando tutti i gradi di giudizio, andata e ritorno, accompagnati da un fardello di quintali di atti, interrogatori, perizie, requisitorie, arringhe, in un’altalena che è sembrata non fermarsi più. La Suprema Corte, (Quinta Sezione) là dove gli ermellini volano, col verdetto finale di colpevolezza dell’imputato, ha scritto la parola fine verso mezzogiorno di ieri, dopo una nottata squassata da oscuri presagi, dolorosi timori, flebili ma tenaci speranze sui fronti opposti della difesa e dell’accusa. Alberto Stasi condannato a sedici anni di reclusione (mai in carcere finora) per aver assassinato la fidanzata Chiara Poggi: questo il verdetto. Fine.


La vigilia, scossa nelle previsioni delle parti e del pubblico dalla arcigna requisitoria del pg Oscar Cedrangolo, si era chiusa all’insegna del tutto è possibile, anche del suo contrario. Condanna, assoluzione, rinvio ad altro giudice, per l’ennesima verifica. Sì, perché il magistrato dell’accusa con linguaggio severo ma a tratti surreale aveva dipanato un ragionamento che ha lasciato di stucco tutti: tre le ipotesi per uscire dall’impasse proposte al collegio giudicante. Se Stasi è colpevole va condannato con l’aggravante della crudeltà, (e magari della premeditazione!) come chiedevano i giudici della corte d’assise d’appello di Milano, se invece è innocente, naturalmente, va assolto, se però restano i dubbi sull’una o sull’altra ipotesi meglio rinviare ad altri giudici e approfondire i tanti lati oscuri attraverso l’ennesimo passaggio processuale.

Armato di una potente clava dialettica l’alto magistrato ha demolito a furia di fendenti quasi tutto del caso che tanto ha appassionato l’opinione pubblica, con una copertura mediatica negli anni che ha suggerito un aperto rimbrotto a quanti, secondo il pg, si fanno influenzare da giornali e tv e tra questi, di passata, ha messo anche qualche magistrato. Testuale: “L’omicidio di Garlasco è stato oggetto di una perniciosa forma di spettacolarizzazione attraverso quei processi televisivi che inquinano la capacità di giudizio degli spettatori, tra i quali, nessuno ci pensa, rientrano anche i giudici, togati e popolari, di queste vicende”.
In buona sostanza per Cedrangolo si è voluto costruire a tutti i costi un movente per il delitto: la sentenza di Milano non lo ha individuato “ma poi si è industriata a cercarne uno, legato alla vicenda delle immagini pedopornografiche” che Stasi custodiva nel suo pc. Questo delle foto è un passaggio cruciale. I genitori di Chiara, quando si è scoperto il vizietto di Alberto, considerando quelle immagini particolarmente offensive per la dignità della donna, costretta alla più brutale sottomissione, hanno sempre ripetuto (e l’hanno fatto anche a sentenza ancora calda) che quella scoperta avrebbe messo in gravissimo pericolo il legame tra i due giovani.

Per il pg la tesi è “insostenibile”, incredibile pensare che bastasse quel fatto e per di più la prova del segreto inconfessabile era nel computer che Stasi ha poi consegnato ai carabinieri. Così la pensa il procuratore generale, l’uomo della pubblica accusa. Parole come pietre anche sulle indagini preliminari, errori marchiani nei rilievi, ventiquattro persone sul luogo del delitto a calpestare prove e indizi prima dell’arrivo dei Ris dei carabinieri per i rilievi scientifici, congetture tenute attaccate con lo sputo, esami biologici da dilettanti, sette anni per individuare marca e numero delle scarpe del presunto assassino, impronte di Stasi su un portasapone insignificanti perché il giovane frequentava la casa, una complessiva debolezza dell’impianto accusatorio. I giudici del rinvio trattati da esperti del gioco delle tre carte: “Il giudice ha ritenuto che gli fosse stato affidato un imputato che dalla posizione di accertato innocente (assolto due volte n.d.r.) fosse passato a quella di presunto colpevole e così ha ritenuto di dover cercare indizi a suo carico…”. Per concludere che non è questo il modo corretto di fare giustizia, andando “perfino a ipotizzare la crudeltà”.

Un fiume in piena che travolge tutto e tutti, che fa a pezzi il lavoro di alcune decine di colleghi e di chissà quanti investigatori, una demolizione progressiva per cercare di dimostrare che le cosiddette prove altro non sono che svolazzi giuridici, arrampicature sugli specchi.

E dire che era sembrato un caso semplice, inconsueto da queste parti ma semplice, l’omicidio di quella ragazza di ventisei anni trovata senza vita, ancora in pigiama, il corpo disteso lungo le scale che portano in cantina, il cranio fracassato con un oggetto, forse un martello, schizzi di sangue ovunque, sul pavimento, sulle pareti, tra gli oggetti, la mattina del 13 agosto 2007, un caldo infernale a Garlasco (Pavia). Nessun giallo, niente horror. Un delitto d’impeto.

Lei che fa colazione, apre all’assassino, e poi i colpi mortali. Non è andata così. Le indagini si sono impantanate, tra errori, omissioni, dispute peritali dispiegando una sequenza che ha visto due assoluzioni, un verdetto della corte del Palazzaccio che invita a rimediare agli sbagli e agli abbagli, una condanna a sedici anni con rito abbreviato e, adesso, la conferma. Alberto Stasi in tutti questi anni non è mai stato in carcere, salvo tre giorni all’inizio, prima d’essere scagionato dal gup. Ora si apre un conto con la giustizia parecchio più salato.
Resta, nell’affannosa e indispensabile ricerca della verità processuale, come un grande spazio pieno di vuoti, così è stato per l’uccisione di Simonetta Cesaroni (assolti i diversi imputati) e di Meredith (assolti alla fine Raffaele Sollecito e Amanda Knox) e per tanti altri. Giudici che giudicano imputati e che si giudicano tra loro all’interno di una missione garantista che inquieta e sgomenta. Troppo spesso, alla fine di un iter processuale, si può dire con pacata certezza: sì, giustizia è fatta. Non rimane che dire: la giustizia ha detto la sua ultima parola perché oltre c’è solo la condanna o l’assoluzione. A quel punto anche la Giustizia deve tacere. Per dovere d’ufficio.
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA