Garlasco, attesa per la sentenza sull'omicidio di Chiara Poggi: Stasi rischia 30 anni di carcere

Garlasco, attesa per la sentenza sull'omicidio di Chiara Poggi: Stasi rischia 30 anni di carcere
di Claudia Guasco
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Mercoledì 17 Dicembre 2014, 12:07 - Ultimo aggiornamento: 19:02

I volti sono tesi, ma i modi garbati e gentili come sempre. «Abbiamo trascorso una notte difficile, insonne, di attesa. Chiara ci è sempre stata vicino, aspettiamo la sentenza», dice Rita Preda, la mamma di Chiara Poggi.

Insieme al marito Giuseppe e al figlio Marco si sono presentati come sempre puntuali nell'aula del palazzo di giustizia di Milano per il processo d'Appello bis a carico di Alberto Stasi. Per la famiglia della ragazza uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di Garlasco è una giornata in cui il dolore si fa sentire più forte: sono in attesa della sentenza nei confronti dell'ex studente bocconiano accusato di aver ucciso la loro figlia.

In aula, accanto ai suoi avvocati, c'è anche Alberto, unico indagato per l'omicidio di Chiara. La sua condotta processuale è stata impeccabile: ha assistito a tutte le udienze, ha studiato gli atti, non ha mai rilasciato dichiarazioni, ha mantenuto un comportamento riservato dentro e fuori dal palazzo di giustizia. Ogni settimana, raccontano gli amici, va a portare un fiore sulla tomba di Chiara, alla quale ha dedicato la sua tesi in Economia e legislazione per l'impresa alla Bocconi: «A Chiara, che qualcuno ha voluto togliermi troppo presto».

Una frase che, secondo i suoi difensori, viene direttamente dal cuore del fidanzato che continua a proclamarsi innocente, ma che ha anche attirato sul giovane - ora trentunenne - qualche critica per il fatto che proprio la tesi costituiva il suo alibi nelle ore del delitto. Oggi Stasi, a cinque anni esatti dalla sentenza di primo grado, si alzerà in piedi per ascoltare il verdetto dai giudici della corte d'Assise d'Appello. Il ragazzo, che lavora in uno studio di commercialisti proprio nei pressi del tribunale, rischia una condanna a 30 anni di carcere, gli ultimi sette dei quali passati a difendersi dall'accusa di aver ucciso «con crudeltà» Chiara.

È stato lui a trovare il corpo senza vita in fondo alle scale della tavernetta di casa Poggi e sempre su di lui hanno puntato fin dall'inizio le indagini. Già assolto in due gradi di giudizio con sentenze poi annullate dalla Cassazione, Alberto chiede «giustizia, ma non a tutti i costi, non sulla sua testa», affermano i difensori. A suo carico il sostituo pg Laura Barbaini ha evidenziato quelle che ritiene prove schiaccianti: la perizia sulle suole di Stasi in base alla quale Alberto non avrebbe potuto non sporcarsi le scarpe, la sua impronta sul dispenser di sapone del bagno mista al dna di Chiara, i pedali delle bicicletta scambiati, alcuni graffi sul braccio non fotografati dai carabinieri.

Accuse alle quali la difesa ha replicato punto per punto, sostenendo l'innocenza dell'imputato: «Ci sono sessanta impronte non catalogate - affermano gli avvocati - e sopra le unghie di Chiara sono state trovate tracce di cromosoma Y. Due alleli (marcatori) sono compatibi con il profilo di Alberto, ben otto sono invece estranei e quindi compatibili con un soggetto estraneo».

Nel tardo pomeriggio, per la prima volta nel processo d'appello "bis" con rito abbreviato e porte chiuse, l'aula sarà aperta per assistere alla lettura del dispositivo. I tempi sono ancora incerti, ma il verdetto non dovrebbe arrivar prima delle 19. In mattinata spazio alle repliche del sostituto procuratore Laura Barbaini, parola alla parte civile con gli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, quindi le conclusioni del pool difensivo guidato da Angelo e Fabio Giarda. Al termine della camera di consiglio il giudice Barbara Bellerio leggerà la decisione di togati e giudici popolari.

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