Energia, scelta sbagliata lo stop a ricerca e produzione di idrocarburi

di Oscar Giannino
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Mercoledì 16 Dicembre 2015, 00:07

No, non ci siamo proprio. La disattenzione generale alla bandiera bianca issata dal governo su ricerca e produzione di idrocarburi in Italia è l’estrema conferma di un Paese privo di classi dirigenti all’altezza. Non si tratta solo dei politici, anche se loro per primi su questa questione preferiscono facile consenso a scelte serie. Che, dopo tanti anni passati ad accarezzare il pelo della demagogia antisviluppista andrebbero spiegate, e alienerebbero simpatie. E dunque perché rischiare? L’economia nazionale ne pagherà il conto in futuro, ma i voti sono oggi, e chi pensa alla prima e non ai secondi è perduto. Così ragionano troppi politici. Ma è anche vero che le loro scelte irresponsabili avvengono in un traumatico generale silenzio. Pressato dai 6 quesiti referendari presentati da 10 Regioni di cui 8 a guida Pd, il governo ha deciso di rimangiarsi la scelta che aveva fatto nel 2014 con il decreto sblocca-Italia, quando si era tornati ad autorizzare ricerche ed estrazioni entro i 22 chilometri di acque costiere italiane. Un limite posto dalla ministra Prestigiacomo nel 2010, anche nel suo caso per “farsi bella”. Le Regioni hanno di conseguenza già vinto, prima ancora che a metà gennaio la Corte costituzionale si pronunci sull’ammissibilità dei quesiti. Il governo ha oggi troppi guai con il Pd dei territori in vista delle amministrative, per prendere sul serio al questione energetica italiana. Tanto vale gettarla alle ortiche. Che depressione viene, constatando che a quasi nessuno ieri è sembrato importare un fico secco. Siano l’unico Paese al mondo ad aver posto un limite così sciocco. Possiamo esserne fieri? Siamo meglio della Norvegia e della Scozia? E per di più siamo dipendenti dall’estero per il 90% del nostro fabbisogno energetico, oggi che i prezzi sono bassi se ne vanno 3 punti di Pil l’anno per pagare petrolio e gas altrui. Ma col petrolio a 90 dollari il falò del Pil arrivava a 5-6 punti percentuali. Le illusioni ad alto incentivo pubblico delle affamate lobby ambientaliste dimenticano che nel 2014 il fabbisogno energetico mondiale è stato coperto all’87% dalle tre fonti fossili, carbone petrolio e gas. Poi da nucleare e idroelettrico , ma le altre fonti rinnovabili hanno contribuito solo per 0,6 miliardi di tonnellate equivalenti petrolio su un consumo totale di oltre 13 miliardi.
La verità è che dei numeri in ballo per l’economia italiana futura importa poco a nessuno. I leader del Pd alla testa delle Regioni hanno usato la questione per un doppio fine politico. Dimostrare al Renzi segretario Pd che si può dimenticare di essere lui da solo a decidere per tutti. E rendere chiaro a Renzi presidente del Consiglio che lui potrà pure cambiare il Titolo V della Costituzione riaccentrando le competenze su scelte strategiche come l’energia a Roma, ma intanto se la Corte costituzionale autorizza questi referendum sul facile tema del no al petrolio i governatori lo sconfiggono, e il governo si scorda di riaccentrare tutto.
È insomma una classica partita politica italiana: in cui i fini contano cento volte più dei mezzi, l’interdizione e il veto esprimono il potere assai più della cooperazione, e l’indifferenza per le conseguenze sostituisce l’interesse nazionale. La sorpresa, piuttosto, è la capitolazione improvvisa e muta di Renzi. A questo punto, è fin troppo facile prevedere che il divieto di ricerca ed estrazione diverrà totale, esteso anche a terra. Il governo spiegava riservatamente ieri che con questo mossa comunque si pensa di poter difendere i progetti intanto partiti. Dei 107 progetti di ricerca già concessi, 23 erano su fondale marino e 41 quelli ai diversi gradi di esame dalla preistruttoria alla valutazione ambientale. Concentrati soprattutto nel mare Adriatico, al largo delle coste romagnole, abruzzesi e pugliesi, e nello Ionio di fronte alle coste pugliesi, calabresi e lucane. 
Nel 2014 la produzione italiana di idrocarburi ha soddisfatto il 10% del consumo totale nazionale, per un totale di 11,7 milioni di tonnellate di petrolio, olio combustibile per 5,7 milioni di tonnellate equivalenti petrolio, e gas per 5,9mln di Tep. Ma le riserve ragionevolmente accertate italiane ammontano all’equivalente di 10 anni di tali estrazioni. Mentre quelle potenziali stimabili giungono fino a 700 milioni di tonnellate equivalenti petrolio, per la maggior parte al Sud e in Sicilia. Naturalmente gli ambientalisti negano le stime, dicono che gli idrocarburi sono di bassa qualità, ripetono che tanto le riserve sono limitate. La loro alternativa è importare tanto, e un bel falò annuale di miliardi del contribuente annui a favore delle lobby rinnovabiliste.
Né all’Italia intera né al Sud devastato da questi ultimi anni sembrano interessare le pingui royalties che resterebbero sui territori (del 10% per le estrazioni di idrocarburi a terra e in mare, e del 7% per il petrolio in mare), gli occupati nell’indotto, le infrastrutture di trasporto e di raffinazione da realizzare localmente se si percorresse la strada di aumentare l’indipendenza energetica nazionale, il reddito che tutto ciò genererebbe, e che cosa si potrebbe fare invece di meglio migliorando la bilancia commerciale e incassando più gettito da idrocarburi di produzione nostra.
Le Regioni hanno vinto la loro battaglia su Roma, i ras locali del Pd sul loro segretario. Questo solo conta, e sono le amare priorità di un Paese senza priorità vere.

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